Quanto accaduto ieri pomeriggio all'Arechi rappresenta un motivo di preoccupazione. Non ci riferiamo nè allo scialbo 0-0 contro il Novara nè alla prestazione opaca soprattutto nel secondo tempo, quanto agli ampi spazi vuoti che presentavano tutti i settori di uno stadio che, non più tardi di cinque mesi fa, era vestito a festa per il big match contro il Verona. Lotito, in sala stampa, ha puntato il dito contro i cosiddetti occasionali, rei di salire sul proverbiale carro soltanto in concomitanza con i grandi eventi abbandonando, al contrario, la nave proprio quando il fattore "dodicesimo uomo" dovrebbe fare la differenza. "Con l'Arechi pieno forse avremmo commentato un altro risultato" ha detto il patron che, a sua volta, dovrebbe fare mea culpa per non aver messo in campo con continuità tutte quelle iniziative necessarie per riconquistare soprattutto quelle nuove generazioni che fanno fatica ad emozionarsi per i gol di Coda o le giocate di Rosina.
E' proprio questo il punto: questa Salernitana non emoziona, non trascina, non riesce ad essere coinvolgente. Dietro la scelta di migliaia e migliaia di spettatori di restare a casa non c'è un mercato deludente, la sconfitta di Verona o una classifica deficitaria, quanto la volontà di lanciare un messaggio preciso a società, allenatore e calciatori. In questo momento l'area marketing e la proprietà devono assolutamente mettere in campo qualsivoglia iniziativa utile a ricreare entusiasmo, a far sentire il tifoso coinvolto sette giorni su sette e non soltanto quando deve acquistare un biglietto. Incrementare le iniziative, aprire le porte degli allenamenti,abbassare il prezzo dei tagliandi (nel rispetto, ovviamente, dei 4600 abbonati), riproporre il "Tutti uniti all'Arechi", incentivare studenti, scuole calcio, famiglie, associazioni che operano nel sociale, in nome di quella politica "stesso incasso, spettatori triplicati" così semplice nella teoria, ma evidentemente di difficile attuazione.
Se davvero il pubblico è "componente determinante perchè fa vincere le partite", si faccia di tutto per riempire nuovamente uno stadio che, quando spinge, le partite le può far vincere per davvero. La paura? Sempre quella: vivere un campionato anonimo, senza obiettivi nè ambizioni, anche a causa delle normative sulla multiproprietà che, ad oggi, vieterebbero a Mezzaroma di guidare la Salernitana in serie A. Questa mentalità rischia di essere controproducente ed è doveroso ricordare che non è affatto scontato che la salvezza arrivi con tranquillità. Nella fase finale del campionato, infatti, il calendario propone sfide di fuoco contro Bari, Frosinone, Carpi, Avellino e Perugia,cinque formazioni fortissime e blasonate che, certamente, rappresenteranno un ostacolo maggiore rispetto al Como già retrocesso che perse a Salerno permettendo ai granata di evitare la retrocessione diretta.
Alla squadra e alla società, dunque, il compito di ricreare il giusto clima. La tifoseria ha dimostrato negli anni che è pronta a riempire lo stadio a prescindere da obiettivi, risultati e acquisti: l'importante è abbinare un progetto credibile ad una serie di comportamenti propositivi e positivi che coinvolgano la città intera e la sua meravigliosa provincia. L'iniziativa pro Amatrice può essere da insegnamento. Migliaia e migliaia di salernitani hanno riabbracciato tante vecchie glorie emozionandosi non per i trionfi degli anni 90, ma per lo spirito battagliero e l'amore per la maglia che quei calciatori hanno sempre dimostrato, onorando la casacca granata su tutti i campi d'Italia nella vittoria e nella sconfitta. Del resto se dopo tre campionati e due coppe vinte l'Arechi si è già svuotato, vuol dire che il problema non sono i risultati...
Gaetano Ferraiuolo
