Crisi economica. La realtà del ventunesimo secolo. La dura realtà. Sembra esserci poca scelta. Lavoro, possibilità. Tutto esaurito. L'estero. Unica soluzione.
Bisogna rimboccarsi le maniche. Cogliere l'occasione. Federico Preziosi, 32 anni. Residente a Debrecen, Ungheria. Insegnante d'italiano in un liceo e all'università.
La sua è una storia di speranza. Quel non mollare mai che non o ha mai lasciato. Nemmeno un secondo. Anche quando ogni sforzo sembra essere vano. Crederci fino in fondo. Sempre. Tutto qua.
«E' vero, vivo a Debrecen ma ho sangue irpino. Fino a qualche anno fa vivevo ad Atripalda - racconta -. E se oggi sono qua, se oggi ho una carriera lavorativa è soltanto grazie alla mia caparbietà».
Ebbene sì, volere è potere. «Ho frequentato il liceo socio psicopedagogico all'Imbriani di Avellino. Una volta diplomato, volli realizzare un mio grande sogno: apprendere la storia della musica, una mia grande passione. Decisi così di iscrivermi alla facoltà di musicologia dell'università romana "Tor Vergata" - continua -. Non sono mai stato un secchione alle scuole superiori ma nel percorso universitario mi diedi da fare. Amavo la musicologia. Volevo avere il massimo dei voti alla mia laurea. Volevo un futuro. Altra via non c'era», dice.
Gli anni di studio passano. La laurea è alle porte. Agosto 2009. Progetto Erasmus. «Mi serviva del materiale per preparare l'esame finale riguardo un compositore ungherese, Béla Bartók. Pensai bene di usufruire del progetto Erasmus in Ungheria, piano che mi consentiva di svolgere parte degli studi all'estero. Partii motivato. Destinazione Debrecen. Durata sei mesi - continua -. Arrivato lì, mi sono innamorato. La città era stupenda. Sembrava essere tutto così facile, così semplice rispetto all'Italia. Con mio stupore, notai un busto di Garibaldi in una città nelle vicinanze. Già, in Ungheria, noi italiani siamo molto stimati».
Arriva l'amore vero e proprio. «In quella piccola cittadina ungherese non solo scoprii un nuovo me stesso imparando l'inglese ma scoprii anche l'amore. Iniziai una relazione con una ragazza del posto. Studiava lettere ungheresi e la sue conoscenze mi aiutarono molto a capire la cultura locale. Insomma, è stata una parte fondamentale per integrarmi nel nuovo contesto».
Nel frattempo, Federico raggiunge l'obiettivo. Dicembre 2010.«Il giorno tanto atteso venne a capo. 110 e lode. Ero finalmente laureato», dichiara.
Atripalda - Debrecen. Un continuo via vai. «Tenevo molto alla mia relazione e non volevo finisse. Così ritornai in Ungheria molte volte».
Il tempo scorre. Esame in Dottorato di ricerca in Italia. Esito negativo. «Le cose non andarono come avevo sperato. Inoltre, ruppi anche con la mia ragazza. Iniziò un periodo di profonda crisi», afferma.
Anno difficile. Forse fin troppo. «Cercai di trovarmi qualche lavoretto ma nulla da fare. Fu un anno davvero triste per me. Stavo cedendo allo sconforto. Ma volevo combattere. Una soluzione doveva esserci. Non potevo rimanere senza far niente. Non potevo, assolutamente. Un qualcosa, una sensazione mi spinse a cercare la fortuna in quel posto dove tanto mi ero sentito me stesso. In altre parole, Debrecen mi chiamava».
Partecipazione a un master di due anni per insegnare italiano agli stranieri. «Fu la mia professoressa dell'università, Elisabetta Marino, a suggerirmi di intraprendere questa strada. Fare questo master e lavorare duro. Intanto, le mie attività Aiesec e Sve continuavano», racconta.
Il consiglio fa effetto. Dopodiché valigie pronte. Si parte. «L'Ungheria mi aspettava - continua -. Grazie ai progetti Aiesec, ho potuto realizzare com'è il mondo dell'insegnamento. Ebbene sì, quello era il mio mondo. Mi piaceva».
Aiesec è un'associazione universitaria che permette di fare esperienze all'estero. «Fui spedito nel liceo "Szent Jozsef". Ho avuto contatti con professori, con alunni. Insomma, ho conosciuto l'ambiente scolastico. E mi piaceva. Tanto», conferma.
Allo scadere del progetto, Federico di lì non vuole andarsene. «Stavo bene. E anche se avessi dovuto ricominciare la mia vita da capo, lo avrei fatto. Mi ero abituato alla vita ungherese. Volli così continuare la mia permanenza».
L'irpino ha l'ok dalla scuola. «Mi fecero restare ma mediante un progetto di volontariato europeo. Fui contento. Avevo la possibilità di esplorare ancor di più il territorio scolastico», dice.
Federico ottiene successo tra i ragazzi. «Organizzai un corso di lingua italiana a cui parteciparono ben cinquanta alunni. Obiettivo raggiunto», esclama orgoglioso.
«Finito il mio volontariato, dovetti fare un anno di pausa per questioni burocratiche. In questo anno sabbatico ho lavorato nel marketing, lavoro che faccio tutt'ora part-time».
Settembre 2016. «Venni assunto. Non solo al " Szent Jozsef" ma anche all'Università di Debrecen dove, attualmente, ho tre corsi e una trentina di universitari - continua-. Non ci fu gioia più grande. Ringraziai il mio istinto e la mia testa dura. Mi avevano fatto arrivare a un traguardo. Un traguardo meritato».
Gli affetti sono stati fondamentali. «Senza l'appoggio della mia famiglia non sarei andato da nessuna parte. Certo, di discussioni ne abbiamo avute. Fin troppe. Ma i miei sono stati comprensivi. Mi hanno lasciato andare per la mia strada. Quella giusta», afferma.
Oggi Federico si sente pienamente realizzato. «Sono fiero di me. Fiero di quello che sono riuscito a fare contando solo sulle mie forze. Sono partito da zero. Non sapevo né l'inglese, né amavo studiare. Ma ce l'ho fatta - continua -. Ora insegno italiano sia al liceo sia all'Università di Debrecen. Mi sono rifatto una nuova vita. Nuove amicizie e una nuova fidanzata. In più, alloggio nella casa di una signora conosciuta durante l'esperienza dell'Erasmus. Ottimo direi».
«Ogni tanto in Italia ci ritorno. E' pur sempre la mia terra. L'ultima volta ci sono stato circa due settimane fa. E' stato il ritorno più bello. Perché? Perché sono ritornato nella mia vecchia scuola, il liceo polivalente "P.E. Imbriani". Tutta la vita mi è passata davanti agli occhi. Ripercorrere quei corridoi è stato emozionante. Quei ragazzi tra i banchi di scuola mi ricordavano me alla loro stessa età. D'altronde non potevo avere un'accoglienza migliore».
Già, Federico è stato ben accolto. «Nell'auditorium della scuola ho parlato di me e della mia storia a una serie di classi. Un'esperienza unica», dichiara.
Il suo messaggio ai giovani è questo: «Ragazzi, una cosa dovete imparare nella vita. Prevedere l'imprevedibile. Esatto, proprio così. Tutto può succedere, tutto può variare da un giorno all'altro. E non bisogna farsi trovare impreparati dinanzi i cambiamenti del destino. Mai. Guardate me. Ero partito da musicologia e adesso insegno italiano a studenti ungheresi. Sono persino stato disoccupato. Sebbene la strada era in discesa,ho cercato di salirla comunque. Beh, ci sono riuscito. Anche se ho ancora molto da imparare. Quelli come me non si accontentano mai. Nell'accezione positiva, ovvio. Fate quanti più viaggi all'estero possibili. L'esperienza fuori nazione vi dona una mente aperta, capace di guardare oltre. Lo dico sempre: imparare nuove lingue, nuove culture è la forma mentis dell'uomo. Perciò viaggiate. Viaggiate molto. E mi raccomando, siate intraprendenti perché solo chi lotta, vince. Spero la mia storia possa esservi stata da esempio».
Mariagrazia Mancuso*
(Studentessa del corso di giornalismo organizzato da Ottopagine nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)
