di Luciano Trapanese
Sono passati trentasei anni, ma non è cambiato nulla. Si chiudono le scuole perché si sono accorti che non sono a norma (ci voleva Amatrice per farlo ricordare?). Tanti edifici pubblici non rispettano i criteri antisismici (in una terra che trema periodicamente). Per non parlare di quelli privati: soprattutto i palazzi costruiti tra gli anni '60 e '70.
Dopo trentasei anni siamo ancora in emergenza. C'è da vergognarsi. E non è giusto mettere sotto accusa solo gli ultimi amministratori: è il disastro di una classe dirigente che ha pensato ad altro. Di una politica che ha ritenuto il dopo terremoto solo una straordinaria occasione per trasformare il clientelismo in sistema. Dimenticando quei tremila morti che invocavano la sicurezza per chi è scampato alla tragedia. E per i figli e i figli dei figli dei sopravvissuti.
Molti comuni non hanno piani di protezione civile. E chi li ha non li ha comunicati alla cittadinanza (è come non averli).
Avellino è una gruviera di opere incompiute (inutile elencarle), piazze chiuse o semiaperte, opere costosissime (soldi del terremoto) e abbandonate al degrado più totale.
Si era puntato tutto sull'industrializzazione (e forse – ma forse – negli anni '80 quella visione poteva anche avere una sua credibilità). Ora quelle aree – disseminate in tutta la provincia - sono un cimitero di capannoni. Roba da archeologia industriale. O da set per film horror post apocalittici.
Sono passati 36 anni. Intere generazioni neppure hanno vissuto quel terremoto. Ma ne subiscono ancora le pesanti conseguenze.
E' la cronaca di un fallimento. Non solo di una tragedia.
Dovrebbe essere il giorno dedicato al ricordo delle vittime. Ma è anche il giorno che costringe l'Irpinia a riflettere su tutto quello che non è stato. Sulle occasioni perse. Sul futuro mandato in frantumi. Su una strategia di sviluppo che ha solo completato l'opera devastante del terremoto, e non ha neppure consentito la realizzazione del minimo sindacale: la costruzione di edifici a norma.
Niente.
Ora siamo tornati indietro. Ai tempi dell'emigrazione di massa. Di un territorio incapace di ripartire da quello che c'è.
Si diranno tante parole oggi. Le solite frasi di circostanza. O analisi come questa: inevitabilmente amare. O solo inevitabili.
Il terremoto ormai è storia. Com'è storia il flop della ricostruzione e dello sviluppo mancato.
Bisogna ripartire da questo fallimento. E guardare avanti. Non è semplice: la zavorra di questi trentasei anni persi a inseguire il nulla, pesa. Soprattutto su chi è giovane adesso. E che conosce quel terremoto solo nei racconti di chi l'ha vissuto. Ma ne paga le conseguenze.
