di Andrea Fantucchio
«Allora alloggiavo all'Hotel Cesare. Ci rimasi una settimana. Uscivo in strada e vedevo lo stadio. A Piazza del Popolo. Quando l'Avellino giocava, la città si fermava». Il racconto è di mio nonno. Ve lo ripropongo perché ci consente di sbirciare in un'epoca della città che oggi assume ancora più valore.
In un periodo nel quale l'identità urbana, così come quella umana, sembrano disperse, trincerate dai cantieri, calpestate dal disinteresse amministrativo. Ma anche dalla troppa indifferenza collettiva. Non c'è tempo per fermarci e ricordare chi siamo. E così, racconti come i mulini scomparsi di Duilio, o la storia di mio nonno, servono a farci riscoprire un passato imprescindibile. Per immaginare anche un futuro.
Troppo spesso si è peccato di arroganza e ignoranza storica. E risultati sono sotto gli occhi di tutti. A volte così evidenti che ci sbatti contro. Vedi il Mercatone o il Teatro, progetti megalomani non a misura di Avellino. Impossibili da gestire.
Ieri sera io e mio nonno avevamo appuntamento di fronte al bar del tribunale. Quando arrivo il volto dell'altro Andrea di casa è proteso verso l'alto. Fissa un edificio sul marciapiede opposto. Ma il suo sguardo è andato ben oltre la struttura. Sta scavando nella sua memoria fino al 1964.
«Ero arrivato dalla Sicilia con la "valigia di cartone" – racconta mio nonno – chiamato da una ditta di costruzioni. Arrivai col treno a Borgo Ferrovia. Ricordo di aver visto un'osteria. Dall'altro lato della strada. Una bettola, molto semplice. Ero affamato e dalle finestre semiaperte fuoriusciva un profumino. Entrai. Ricordo che mi servirono una buonissima zuppa di legumi. Furono molto gentili. Il proprietario era un uomo molto gioviale. Gli chiesi a che ora passassero i bus. Dovevo arrivare a Monteforte».
Molto cortesemente il titolare dell'attività spiegò che non ce n'erano. Mio nonno allora virò sui taxi.
«Che in quegli anni erano neri come scarafaggi. E anche piuttosto scomodi. Arrivai a Monteforte. Poco distante dalla vecchia cartiera. Lì feci conoscenza con un collega che abitava proprio sopra all'Hotel Cesare. In via Tagliamento. E così decisi di alloggiare in quell'albergo. La mattina lui mi accompagnava a lavoro».
Fu il primo incontro di mio nonno con Avellino. A colpirlo fu il verde. Che era ovunque in città.
«Mi ricordo il viale alberato. Straordinario. La domenica pomeriggio trovavi tutti a passeggiare all'ombra di quei platani. Ricordo che non potevi terminare una passeggiata, senza che qualcuno ti fermasse. C'era piacere di chiacchierare. Ti chiedevano come stavi perché volevano saperlo davvero. E non per formale cortesia».
E ci si divertiva con poco.
«Bastava un'abitazione. Un po' di musica e la festa era servita. Non avevamo bisogno di altro. Per noi stare insieme era il massimo. Mi accolsero subito benissimo. In un mese ero circondato da molti amici».
Avellino gli piacque. Per la sua semplicità. Era a misura d'uomo.
«Tranquilla. Tutto era al suo posto. Ricordo il corso lunghissimo e la Piazza. Molto diversa da com'era oggi. C'erano tanti alberi. E quelle fontane: un vero spettacolo».
Anche la villa comunale aveva stregato mio nonno.
«Ricordo gli alberi altissimi. Ma in generale il verde era dappertutto. Avvolgeva la città. In un modo davvero bello e caratteristico. Ci sono rimasto molto male quando non ho più trovato gli stessi alberi in villa. Capisco che fossero malati, ma non riesco ad accettarlo».
Così caratteristico era il centro storico. Con lo «Stretto».
«A Via Nappi – racconta – ricordo i titolari dei negozi che aspettavano sull'uscio. Quasi volessero invitare a entrare. Quella strada pullulava di vita e colori. Dalle vetrine vedevi cappelli, abiti, gioielli, prodotti in legno. E' un peccato che tutti questi artigiani siano spariti. Ma siamo stati anche noi a farci fregare. Quando arrivarono i supermercati – commenta amaro - con poche lire riempivi i bustoni di roba. Pensammo fosse un affare. Intanto il commercio locale moriva. Poi quando rimasero da soli, i supermercati cominciarono ad alzare i prezzi. E oggi continuano a farlo».
Sullo spartiacque, mio nonno non ha dubbi. Il terremoto.
«Da allora la città è stata diversa. Credo siano state sbagliate diverse cose durante la ricostruzione. I cantieri di oggi dimostrano che la città è ancora a caccia della sua identità. Ma anche le persone sono cambiate».
Parcheggiamo l'auto. Gli chiedo cosa secondo lui servirebbe alla città per rilanciarsi.
Ci pensa su un attimo. Poi dice: «Niente torna indietro. Però credo bisognerebbe ripartire dagli spazi. Una visione più ariosa e armoniosa. Penso alla metropolitana leggera. L'avrei fatta passare intorno alla città se proprio era essenziale. Ma non nelle aree di transito e nelle viuzze. Poi avrei recuperato proprio il verde. Rendendolo vivibile. Così come le piazze. Avere tutti quei cantieri, in zone della città nevralgiche, è inconcepibile».
