di Andrea Fantucchio
Fox, so che per salutare tutti quelli a cui tenevi ti sarebbe piaciuta una canzone di Vasco e non certo di Zarrillo. Ma so anche che per te Vasco era sacro e non vorrei mai offenderti scegliendo la canzone sbagliata. Dopotutto, non sono l'amico di sempre, non ho condiviso con te quei mitici pomeriggi in curva, quello era mio zio, Masaniello. Lui sì che avrebbe saputo quale canzone scegliere e cosa dire, ma non gliel'ho chiesto. Anzi, non l'ho ancora sentito. Questa mattina non ne ho avuto il cuore.
Io ti ho conosciuto fra le mura di casa, quando venivi a salutare mia madre, la tua Carmenella, amica di sempre, una
sorella.
A volte ci siamo fermati a chiacchierare da Ciro Picone. Durante il nostro ultimo incontro mi hai detto che stavi dipingendo casa. E hai aggiunto che volevi cambiare aria, ma eri indeciso su dove andare. Chissà dove sei andato ora.
Ricordo quell'intervista che mi hai concesso più di tre anni fa. Tu che hai giornalisti non parlavi mai, ci eri allergico, eppure con me hai fatto un'eccezione. L'hai fatto per mio zio e mamma, lo so, e anche per il direttore di allora, Marco Staglianò, altro tuo caro amico, ma amo pensare che ti sei lasciato andare anche perché fra noi era scattata una certa simpatia. Nel tempo quella simpatia è diventata rispetto reciproco.
Ci siamo seduti nella mia stanza. Alle tue spalle un poster di Eto'o. L'hai guardato, hai sorriso e mi hai detto: «Ma dell'Avellino non hai niente?».
Poi hai iniziato a parlare. Prima poche parole, misurate. Si vedeva che volevi fare bella figura. Poi ti sei messo a tuo agio e sei andato dritto come un treno. A tuo modo, fino alla meta.
Per te, « L'Avellino era una stile di vita, peggiorato negli anni. La tua curva era un mondo fatato fatto di personaggi meravigliosi, il covo dei mitici Green Rock sezione Vasco».
Un'epoca diversa fatta di passioni genuine, di sentimenti spontanei, di tante cazzate.
Con la tua consueta onestà non ne hai nascoste nemmeno una. Tu eri e sarai sempre “Fox”, quello che ne ce ne volevano cinque per fermarti. Quello che per te gli amici erano tutto e andavano difesi ad ogni costo.
In quell'intervista ne hai ricordati alcuni: mio zio, tuo fratello Pasquale e Raffaele Iacobucci, per tutti “Rafele ’a jatta”.
C'è chi dice che quando quei tifosi lì hanno lasciato la curva, sia morto un pezzo di storia. Per sempre. Non stento a crederlo. Tu vivevi la strada, impersonificavi virtù e ombre di questa città unica e maledetta: eri un lupo sempre e comunque. Spietato con chi voleva far del male al tuo branco al quale sei stato fedele fino in fondo.
Hai fatto degli errori, come tutti, hai chiesto scusa, come fanno in pochi.
E dietro quel personaggio, il mitico Fox, c'era un animo delicato e umano. Quello che mostravi solo quando ti sentivi al sicuro, un eterno peter pan conscio dei suoi sbagli, pronto a ricominciare. E a farlo bene. In primis per la tua cara mamma che adoravi.
Ora che te ne sei andato, Fox, a pensare a quei momenti mi vengono le lacrime. Ti ricorderò per sempre come un uomo dalla mole mastodontica, pronto a dare la vita per quelli che amavi, ma con uno spirito da farfalla: sensibile e gentile come pochi. Un paradosso difficile da gestire, in una persona sola, che viveva sempre a duecento allora. Non basterebbero tutte le parole del mondo ad onorare un cuore così grande. Ciao, Fox, non ti dimenticherò.
