Irpino lo sceriffo più odiato in Usa: cacciatore di immigrati

Joe Arpaio è originario di Lacedonia. Arrestava e picchiava gli immigrati, poi reclusi nel deserto

I detenuti costretti a indossare solo indumenti rosa e venivano nutriti con mortadella avariata. Nei giorni scorsi a Phoenix il presidente Trump ha dichiarato: Arpaio stava solo facendo il suo lavoro, verrà assolto.

di Luciano Trapanese

Il nome di Joe Arpaio è tornato alla ribalta della cronaca mondiale dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo ha citato e difeso in un discusso comizio a Phoenix, in Arizona.

Joe Arpaio, 85 anni, è originario di Lacedonia. I suoi genitori provenivano entrambi dal comune irpino. E' considerato lo sceriffo più duro e anche il più odiato d'America. Soprattutto per la sua inaudita violenza nei confronti di immigrati e omosessuali. Una posizione radicale, ritenuta molto oltre il limite del legalmente lecito. Al punto che ora è sotto processo.

E proprio sul processo contro lo sceriffo – che ha guidato per anni il suo ufficio nella zona di Maricopa – si è pronunciato il presidente Usa: «Arpaio è stato indagato per aver fatto il suo lavoro. Farò una previsione: penso che sarà assolto». La platea ha applaudito e urlato: «Perdonate Joe». Poi Trump si è fermato, il terreno era troppo scivoloso, soprattutto dopo le polemiche suscitate dalla sua non immediata condanna dei fatti Charlottesville, quando ha messo sullo stesso piano i neonazisti, i suprematisti bianchi e il Kkk con chi protestava per la difesa dei diritti civili.

Ma cosa ha combinato Joe Arpaio per meritarsi il titolo di sceriffo più odiato degli Usa (anche se puntualmente eletto nella sua contea)? Le accuse sono gravi, circostanziate (e non smentite), e dimostrerebbero un atteggiamento durato decenni, anche in spregio di

precise ordinanze della magistratura.

Arpaio avrebbe invitato i suoi uomini a fermare sistematicamente tutti i veicoli guidati da immigrati messicani, anche se non era stata commessa alcuna infrazione stradale. Gli occupanti in tanti casi sono stati comunque multati, portati in galera e picchiati. Ma questo è nulla.

Lo sceriffo ha anche allestito una enorme prigione, la Teni City. In pratica tende nel deserto. Ha obbligato i detenuti a indossare magliette e mutande rosa («Così se scappano li riprendiamo subito»), li ha nutriti solo con mortadella avariata. E dopo tutto questo lo sceriffo si è fatto anche vanto: i miei detenuti costano ai contribuenti meno di un dollaro al giorno.

I reclusi – che vivono sotto il sole cocente del deserto – lavorano gratis, ceppi ai piedi e sempre indossando indumenti rosa, per sistemare infrastrutture della contea. E – lo ricordiamo – molti degli arrestati sono innocenti. Hanno una sola “colpa”: sono messicani.

Arpaio ha confermato davanti ai giudici di essere il responsabile e l'ispiratore di un programma che perseguita e ammanetta gli immigrati anche se non hanno commesso reati. Accusandoli – tra l'altro - di essere portatori del virus dell'influenza suina.

Una serie di accuse gravi. Un razzismo reso evidente non solo dalle parole, ma dai fatti. E diritti civili calpestati ripetutamente. Anche per questo il “perdono” di Trump, che di fatto ritiene Arpaio responsabile solo di aver fatto il suo lavoro, ha rinfocolato polemiche negli Usa. E questa volta per nome e per conto di uno sceriffo di origini irpine. Joe Arpaio da Lacedonia.