Terremoto: chi ha vinto, chi ha perso, chi ha barato

A noi il privilegio di sapere come è andata a finire e poterlo raccontare

terremoto chi ha vinto chi ha perso chi ha barato

 

(effe) - Non è mai sbagliato rovistare nella storia, correre puntellando ricordi, spolverando episodi, spostando virgole e punti di certezze andate mutando nel tempo. Non è mai sbagliato. L'arco temporale compiuto è simile a quello che nell'80 separava l'Irpinia dalle bombe fatte piovere nel '43 dagli americani. Non sappiamo chi, non sappiamo se, non ci domandiamo perché da qualche parte, in qualche redazione, il responsabile di turno abbia chiesto a giovani collaboratori di fare pezzi su quanto accadde quella sera. Messi dalla parte di chi quell'ordine lo ha ricevuto, pensiamo a noi nell'80 e alle difficoltà che avremmo avuto nel dover recuperare cose mai scritte rispetto all'utilità della morte distribuita dagli “alleati” in Italia. La risposta a quella difficoltà adesso sarebbe semplice: basterebbe non copiare, avendo delle cose un'idea propria e consapevole.

Dopo tanti anni, uno si chiede cosa abbiamo in più dopo aver vissuto quei giorni. Intanto, una fortuna rara: vita sufficiente da aver visto com'è andata a finire.

L'ostinazione di una donna. Una figura silenziosa. Il tufo, la polvere, il paesaggio: tutto era grigio, spento. Tranne l'abito e lo scialle, entrambi neri. Armeggiava per tentare di aprire la porta di casa. Non ci riusciva. Spingeva, girava la chiave. Tutto era inutile. La guardavano stupiti. Nessuno si azzardava a distorgliela. Avanti così. Ancora e ancora. Non un pianto. Non un gemito. Solo la ricerca di un gesto antico. Banale nella quotidianità ma che era l'unico dei pensieri possibili. Come in un dipinto di Dalì o di Magritte, quella porta si reggeva sui resti di una casa che non esisteva più, lungo una strada che era stata cancellata: sentinella della memoria di un mondo perduto tutt'intorno. Chiunque altro l'avrebbe aggirata per andare avanti. Perché era la cosa più semplice, perché era la cosa più naturale da fare. Lei no. Non poteva.

Cos'è stato il terremoto? Immaginate di dover chiamare i carabinieri, fare il numero e non avere risposta. Immaginate di dover correre in ospedale e non trovare l'ospedale. Il tuo mondo è sotto le pietre o sopra le pietre. Nessuno può aiutarti.

Immaginate questo e per gli anni a venire dover vivere la qualifica di “terremotati” in molti stadi d'Italia, di quella parte civile e aperta del nord, senza che nessuno si turbi più di tanto del dispregiativo. Non si dovrebbe, ma oggi c'è pace nella consapevolezza che, avendo risalito la vertebra di questo paese, il destino abbia riservato un po' di polvere e macerie ai protagonisti di quei cori, ricacciandoglieli in gola. Riuscivano a farci sentire in colpa perché sapevamo che quei morti e quelle macerie un sud più organizzato e meno mariuolo le avrebbe in gran parte evitate.

E' andata a finire che si è scoperto che i mariuoli ci sono ovunque. Anche al nord. E non si fanno scrupoli se si tratta di scuole, ostelli o ospedali.

I politici di allora non erano le mezze tacche di oggi. Avevano un pensiero e un'idea sulle cose. E un'arma oggi impossibile: fiumi di denaro per aggiustare ogni cosa. Oggi la politica è una compagnia di giro che racconta se stessa in relazione al piccolo cantiere che è riuscita ad attivare e si muove nei territori utilizzando come orizzonte la commissione o il settore in cui il partito l'ha incasellata. Così che si parla di investimenti perché si è nel Ministero delle Infrastrutture o di agricoltura se si ha un posto in Commissione. Un po' come dover cucire abiti e avere a disposizione soltanto banane. Nel paese dei campanelli, c'è chi applaude ai loro tristi spettacoli. Pure loro sono davanti a delle porte. Credono di aprirle ma tutt'intorno il mondo li ha superati.

Anche chi ha raccontato quei giorni oggi è cambiato.
Chi allora impegnava intere pagine di intemerate a favore dell'Industrializzazione nelle aree del cratere oggi si spertica a demonizzare coloro che quel futuro almeno hanno avuto il merito di immaginarlo. E' andata a finire che quel giornalismo ha molti debiti con la coerenza. Non è mai un errore cambiare idea e non è mai sbagliato rovistare nel ciarpame raccontando le cose da punti di fuga differenti. Chi gioca mette in conto calcare campi diversi. E' lo sguardo all'orizzonte che dovrebbe puntare sempre in alto. Oggi molti, in troppi, si concentrano sui lacci per le scarpe. Ma quello era giornalismo, non copia e incolla. Garantito.