Provincia malata: quella violenza che arma i ragazzini

Baby gang in azione ad Avellino. Tre casi in pochi giorni. Pestaggi, sparatorie e social network

Non solo Napoli, ma anche Caserta e Salerno. Violenza gratuita e brutale. Casi simili ci sono sempre stati, ma qualcosa è cambiato

di Luciano Trapanese

Uno dopo l'altro: i casi di violenza tra giovanissimi stanno riempiendo le pagine di cronaca nera. La cadenza è quasi quotidiana, e non riguarda solo Napoli, anzi. In Campania si sono registrati episodi nelle ultime settimane anche ad Avellino, Salerno e nel Casertano.

A Salerno sei ragazzini sono stati fermati dopo aver distrutto decine e decine di auto tra Pastena e Mercatello. Così, per noia. Nel Casertano uno studente ha sfregiato la professoressa per un brutto voto. Casi gravi anche in Irpinia: a Contrada un ragazzo è stato ferito a una spalla con un colpo di pistola al culmine di una lite. Ad Altavilla un 18enne è stato sequestrato, picchiato, umiliato e legato a un albero. Ad Avellino – poche ore fa - due ragazzine e un diciottenne hanno rapinato e pestato un uomo che si era permesso di negare al gruppo una sigaretta. Ma le risse, i pestaggi, il bullismo, sono una costante, una prassi che spesso non diventa neppure notizia.

Quello che sconcerta è la facilità con la quale si genera questa violenza. Il ragazzo di Altavilla è diventato vittima di una violenza brutale (anche da parte del suo migliore amico), per un debito di 25 euro.

Ora, è chiaro che i pestaggi e le risse tra giovanissimi ci sono sempre stati. In qualche caso anche gli omicidi. E – ripetiamo – non solo a Napoli.

E' evidente anche che la rilevanza data oggi a notizie di questo tipo fa parte di una certa cattiva abitudine dei media di cavalcare a ondate serie di episodi sempre simili (per poi dimenticarsene in altri momenti).

E ci sembra anche una semplificazione fin troppo banale associare – come molti continuano a fare -, questi episodi al “cattivo esempio” fornito da serie tv tipo Gomorra. Un modo come un altro per aggirare la questione e incolpare uno spettacolo televisivo “brutto e cattivo”.

Di certo viviamo un'epoca incline alla violenza. Soprattutto quella gratuita. O addirittura folle, come segnala il caso di Macerata: con l'aspirante deputato leghista che spara a tutti gli immigrati che incontra prima di consegnarsi bardato dal tricolore ed esibendo il saluto fascista alle forze dell'ordine.

Rispetto al passato sono entrati nuovi attori, come i social network. Che hanno prima anticipato e poi raccontato – ad esempio – i fatti di Contrada e Altavilla. E che sono diventati – come saprete – formidabili strumenti di diffusione in tanti episodi di bullismo. E non solo: ricorderete gli stupri di gruppo, anche nel salernitano, ripresi ed esibiti in rete come trofei dagli stessi adolescenti che li hanno commessi (fornendo oltretutto la prova della loro colpevolezza).

Una violenza dunque non solo gratuita, ma anche esibita. Totalmente inconsapevole delle conseguenze, della gravità dei reati commessi, della brutalità subita dalla vittima.

E' inevitabile chiedersi se è cambiato qualcosa rispetto a prima, quando – come accade ancora - si innescavano risse anche per uno sguardo di troppo, una frase, un contatto fortuito.

Probabilmente sì. A volte – negli ultimi casi – non c'è neppure bisogno di una motivazione. E se la motivazione c'è, sono pronte le pistole. E soprattutto, dopo la violenza inferta, quasi tutti sentono la necessità di condividere la bravata. Con gli amici, a scuola, sui social. Con orgoglio, per dimostrare di essere coraggiosi, forti, da temere. Gente di rispetto.

La sceneggiata – e anche questa è in parte una novità – continua a volte anche di fronte alle forze dell'ordine. Non c'è pentimento. E se c'è arriva dopo, su insistenza dei difensori. E' questa inconsapevolezza che spaventa, come tutto accadesse in un mondo virtuale. E virtuale fosse anche la violenza, le pistole e il sangue.

Nella sola Irpinia – una delle aree più tranquille della regione -, tre episodi in una decina di giorni. Tutti gravi. Sono decisamente troppi per poter dire “è solo un caso”. C'è qualcosa di malato anche in provincia, bisogna avere il coraggio di guardare a fondo e ammetterlo. C'è un malessere diffuso, soprattutto tra chi avrebbe un futuro da vivere ma sente che quel futuro è indefinito, oscuro e non ammette sogni e speranze. Un malessere che non giustifica nulla, ma che potrebbe fornire a qualcuno l'accelerante necessario per dare libero sfogo alle violenze più brutali e insensate.