Decreto dignità: meno precari o più lavoro nero?

Le norme irrigidiscono il rinnovo dei contratti a termine. Potrebbe non essere una buona notizia..

Positiva la lotta alla ludopatia. Giusta, ma dalle conseguenze imprevedibili, la stretta sulle delocalizzazioni. Manca del tutto uno sguardo complessivo alle sfide che l'innovazione tecnologica porterà, e per sempre, nel mercato del lavoro

 

di Luciano Trapanese

C'era molta attesa per il decreto dignità varato dal governo. Il primo provvedimento sociale dopo il fronte di guerra aperto con l'Ue sugli immigrati. I promotori ne parlano con entusiasmo, l'opposizione ritiene le nuove norme un disastro. Al solito la verità è nel mezzo: nel decreto presentato da Di Maio ci sono alcune scelte che potrebbero avere effetti positivi, altre che rischiano di produrre esito contrario. Di certo l'impianto del jobs act resta in larga parte immutato, come immutata rimane l'abolizione dell'articolo 18. Nessuna rivoluzione, ma il tentativo di ridurre il lavoro precario. Niente comunque, sull'innovazione tecnologica e sulle prospettive ormai imminenti che modificheranno (ancora) l'intero mercato del lavoro. Prospettive chiare in molti Paesi occidentali, del tutto sconosciute in Italia, che già con il jobs act aveva subito una riforma per molti versi ancorata al '900.

Il provvedimento dignità ha un contenuto eterogeneo. Mescola la disciplina contrattuale del lavoro con il contrasto alla ludopatia (stop alla pubblicità in tv del gioco d'azzardo, decisione saggia), con le sanzioni alle aziende che delocalizzano dopo aver ricevuto contributi pubblici (principio sacrosanto, ma dalle possibili conseguenze negative).

Sul mercato del lavoro il decreto interviene su questi aspetti: il contratto a termine, l'indennità di licenziamento ingiustificato, il contributo addizionale per l'instaurazione di rapporti diversi da quello a tempo indeterminato.

La nuova normativa prevede per i contratti a tempo determinato (massimo quattro proroghe e non più cinque) che superino i dodici mesi, l'applicazione della cosiddetta causalità. Che non è solo una parola, ma modifica in modo sostanziale il rapporto di lavoro. Potrebbe ridurre la precarietà, ma anche il numero di rinnovi contrattuali.

Ecco perché: il datore di lavoro dovrà indicare nel rinnovo del contratto a termine una valida motivazione, altrimenti il rapporto si trasforma a tempo indeterminato (dopo una causa legale...). Una norma che elimina la flessibilità concessa dal jobs act, e che ha lo scopo – le intenzioni sono buone – di evitare gli abusi del tempo determinato. In pratica il lavoro a termine sarà giustificato solo se il datore di lavoro spiegherà per quale motivo ha assunto un lavoratore a scadenza e non a tempo determinato.

Detta così potrebbe anche essere una cosa positiva. Ma le normative sul lavoro non sono semplici, e soprattutto gli effetti spesso diversi da quelli immaginati dal legislatore. Due sono le questioni imposte da questa scelta: il ritorno alla causale del contratto offre potenziali fonti di contenzioso giudiziario (che era drasticamente calato: da 8mila cause del 2012 alle poche centinaia dello scorso anno). E poi: la difficoltà legate alle proroghe dei contratti a termine potrebbe favorire il lavoro nero. O il mancato rinnovo dei contratti.

Pericoli evidenti. Il numero dei contratti a tempo determinato ha raggiunto quota tre milioni in Italia. Su 100 nuovi posti, 95 sono a scadenza. Impressionante vero? Eppure sono dati in linea con quello che accade in Europa. Sono numeri che dicono molto anche sul cambio strutturale del mercato del lavoro in tutto l'Occidente. Potrà anche non fare piacere, ma questo è. Irrigidire il sistema potrebbe non avere come effetto immediato l'aumento degli indeterminati, ma solo una contrazione del lavoro a tempo.

Diciamolo: il governo – qualsiasi governo – non è in grado di creare posti di lavoro. E le alchimie sui contratti possono generare degli effetti, positivi o negativi, ma non incidere in modo rilevante sull'occupazione. Quello che manca davvero, e che ci saremmo aspettati da un governo del “cambiamento”, sono – e lo ripetiamo – politiche mirate a creare opportunità di lavoro legate a quella innovazione tecnologica (presente e futura), che impone rivoluzioni costanti proprio nel mondo del lavoro. Iniziando dalla formazione e dalla ricerca. Si è deciso invece di intervenire, in modo lieve ma sostanziale, soltanto sulla disciplina del tempo indeterminato. Senza però dare una prospettiva più larga, una visione complessiva che vada oltre il decreto, e che disegni davvero opportunità e speranza nel Paese. Possiamo ritenere che questo sia solo l'inizio di un progetto più ampio, esauriente, concreto e – perché no? - visionario. Una parte di noi ne dubita. Ma, in fondo, perché rinunciare alla speranza...

Nulla da aggiungere sul divieto di pubblicità per il gioco d'azzardo. Qualsiasi intervento per contrastare la ludopatia è benvenuto. Onore al merito dunque.

L'intento che ha spinto il governo a varare la norma per contrastare le delocalizzazioni è giusta e condivisibile. Ma le misure che sono state introdotte (di natura esclusivamente sanzionatoria), rischiano di essere non solo inefficaci, ma anche controproducenti. Le imprese potrebbero rinunciare agli aiuti di Stato. E no, non è una cosa buona. Quei finanziamenti rappresentano un incentivo forte per sollecitare investimenti e innovazione nel nostro Paese. Che altrimenti resta fermo...