di Luciano Trapanese
E' sempre la stessa storia. A ogni tragedia la sua emergenza. Una lista infinita: dai terremoti, alle frane, alle alluvioni, all'abusivismo edilizio. Ora si scopre – ma pure questa è roba vecchia – che anche molte infrastrutture sono a rischio. Come il ponte Morandi a Genova. Tutte figlie degli anni '60, quando il Paese è diventato una potenza industriale. Tutte figlie di un boom che non si è ripetuto. Sul quale abbiamo vissuto, ci abbiamo prosperato, ci siamo accampati, e che abbiamo lasciato marcire. Senza sentire mai la necessità di rinnovare quelle opere, migliorarle e nel caso sostituirle.
Ora, come sempre, scatta l'emergenza. Si elaborano promesse. Si cercano i colpevoli (in questo caso individuati, processati e condannati con la fretta tipica di chi risolve la questione con il capro espiatorio), si ventilano soluzioni.
Tra qualche settimana, sepolte le vittime, passata l'emozione collettiva, svaniti anche gli echi delle migliaia di improvvisati esperti da social, tutto tornerà come sempre. In attesa di un'altra tragedia e di un'altra emergenza. Di funerali di Stato, lutto nazionale, polemiche e altre “soluzioni definitive”.
Se non si accetta l'ovvio, e che cioè il cemento armato ha una scadenza (come da anni sostengono gli ordini degli ingegneri, degli architetti, dei geologi e le associazioni ambientaliste), e che una buona parte del patrimonio edilizio e infrastrutturale italiano sia stato costruito negli anni 50/60, quando oltretutto i controlli sulla qualità del calcestruzzo non erano proprio stringenti, difficile arrivare a una qualsiasi soluzione. Ma ammettere questo significa ridisegnare per intero la geografia degli interventi in Italia. Ridefinire un mare di priorità. Mettere in conto una sorta di nuovo piano Marshall, ma questa volta senza l'aiuto degli americani.
E se non si stabilisce davvero che l'Italia è un Paese ad alto rischio sismico, con un dissesto idrogeologico diffuso e grave, e che interi quartieri - con annessi ospedali e scuole – sono stati realizzati in zone rosse, beh, anche in questo caso, fare polemiche, strepitare e dare la caccia agli untori non serve.
Non è certo colpa di questo governo. E neppure di quelli precedenti. E' storia antica, di una nazione che dopo il “risveglio” del dopoguerra si è lentamente addormentata. Ha banchettato su quegli allori. Non ha sfruttato le congiunture favorevoli degli anni '80 per rimettersi in sesto, anzi, ha pensato bene di aumentare il suo debito pubblico, vivendo al di sopra delle sue possibilità, sguazzando in un benessere che non poteva durare, e che è inevitabilmente finito, consegnando alle nuove generazioni un disastro completo. Sono tutti colpevoli, siamo tutti colpevoli. Si salva solo chi queste macerie è stato costretto a ereditarle, i nostri ragazzi.
Ripartire è difficile, ai limiti dell'impossibile. Ci vorrebbe un'altra Italia, a partire dagli italiani. Ci vorrebbe un governo visionario e coraggioso, pragmatico e competente. Non c'è. Nè ora, né all'orizzonte. Se si è discusso per un mese sul “decreto dignità”, una leggina accompagnata da un tam tam mediatico degno di altra sorte, che si limita – di fatto – a ridurre da tre a due le possibilità di rinnovo per i contratti a termine. Se la questione principale in Italia è quella dei migranti (eliminati loro, si pensa, riparte la nazione...). Se il Pd è così concentrato sulla ricerca del se stesso perduto da aver perso completamente il contatto con il Paese reale, come si diceva una volta. Se non riusciamo neppure a capire come e con chi stare in Europa. Se non abbiamo neppure un'idea su come risollevare il Sud, combattere le mafie, ridurre l'evasione fiscale, la corruzione, gli sprechi. Se non c'è un piano industriale nazionale, un credibile piano energetico nazionale. Se non c'è niente di tutto questo, e di tanto altro ancora, disastri come quello di Genova continueranno a consegnarci morti, lacrime, accuse, rinnovate emergenze e un inevitabile “tiriamo a campare”.
Sarebbe il caso – per tutti noi – di tornare a ragionare di politica liberi dalla sindrome del tifoso, con la razionalità necessaria per indirizzare chi (da Berlusconi a oggi, passando naturalmente per Renzi), ha governato sull'onda dei sondaggi e dei like, ignorando la parte più nobile dell'agire politico, che non guarda all'oggi, ma al futuro, anche scontrandosi con le percezioni immediate di una opinione pubblica, spesso fuorviata dall'emozione. Un errore che all'opinione pubblica è consentita. A chi ci governa no.
