di Luciano Trapanese
C'è un clima pesante in città. I manifesti 6x3, le scritte offensive contro la sede Pd di San Tommaso, le auto incendiate al consigliere Sabino Morano («Sono sotto attacco per le mie scomode posizioni politiche»), la contrapposizione sempre più netta tra “tifosi” di opposte fazioni, una situazione in consiglio che non lascia prevedere nulla di buono, la diaspora nei 5Stelle (un gruppo di iscritti attacca in modo diretto le scelte dei vertici irpini del Movimento, compresa la gogna), i fantasmi in libera uscita di un Pd in avanzato stato di decomposizione. E una città che aspetta. Da anni. E che sperava di voltare pagina. Ma che sembra passata dal pantano alle sabbie mobili.
Vincenzo Ciampi è sceso in campo con il vento in poppa del cambiamento. Ha sconfitto al ballottaggio, Nello Pizza, che si presentava come il «rinnovamento». A tre mesi da voto la barca comunale è in secca, non c'è traccia di vento, tantomeno del cambiamento, e le nubi all'orizzonte non preannunciano navigazioni tranquille, ma burrasca.
Avellino, ammettiamolo, è in un cul de sac (direbbero i francesi). Da una parte l'esecutivo. Che sta pagando un duro prezzo ai numeri che non ci sono (5 consiglieri su 32), all'inesperienza, all'ingerenza costante e pervasiva dei parlamentari, all'utilizzo caciarone e paesano di una propaganda che poteva andare bene, forse, per una forza di opposizione, a una situazione economica ereditata e a dir poco complessa e a una certa arroganza («siamo i soli a volere il bene della città, siamo gli unici onesti»).
Dall'altro lato, sponda Pd, non va certo meglio. Un partito spaccato, senza una linea, incapace per questo di assumere posizioni condivise, palesemente distante dai problemi reali. Una parte dei democratici ha scelto di mangiare pop corn e assistere alla debacle cinquestelle, evitando, con sadico e insidioso compiacimento, di presentare una mozione di sfiducia (mentre il Movimento insiste: dimettetevi voi). Un'altra – lo raccontano i fatti e le astensioni – avrebbe invece tessuto una invisibile tela con il sindaco, in una presunta alleanza nascosta, effimera e sconveniente (a dire il vero soprattutto per il Movimento). Sullo sfondo lo scoglio del Bilancio, coperto dalla stucchevole querelle estiva (questa alimentata soprattutto dai vertici grillini), per il Ferragosto bocciato.
In mezzo, tra gli altri, le ridotte pattuglie di Luca Cipriano, Dino Preziosi, Sabino Morano e Nadia Arace. Aspettano di votare provvedimenti proposti per il bene della città. Ma l'attesa inizia a diventare lunga. Le fibrillazioni crescono. La tensione sale. E il dibattito si perde in chiacchiere inutili.
Il sindaco ha anche evocato le «cose fatte in due mesi». Sarebbe stato meglio a evitare: ha inaugurato la Bonatti e riaperto il Ponte della Ferriera (cose pensate, progettate e realizzate, tra polemiche e tempi lunghi, dalle passate amministrazioni). E risolto la questione Calcio Avellino, che non poteva non essere rinviata.
Il punto è questo. Ciampi non ha ancora definito e illustrato le linee programmatiche del suo governo. Gli obiettivi e il come raggiungerli. Può scegliere alcune questioni, trovare la convergenza necessaria con gli altri consiglieri e andare avanti. Non ci sono altre soluzioni possibili. Ma bisogna uscire dalla logica «noi siamo buoni, voi siete...» (Marchese del Grillo dixit). Perché non porta a nulla. Governare in minoranza, significa anche governare con umiltà, pazienza, capacità diplomatiche e di sintesi. E' possibile, Ciampi ha anche messo su un'esecutivo con molte persone di provata competenza. Se non si sceglie questa strada, meglio finirla qui. Che lo faccia l'opposizione o i Cinquestelle cambia poco. E comunque la città non merita questo eventuale stallo.
