Quella notte avellinese di Claudio Lolli. Tra canzoni e alcol

In ricordo del cantautore. Il concerto rinviato per l'estate avellinese. E la cena alla “Fontana”

«Era una delle persone più belle che ho incontrato nel mondo della musica». Ha regalato canzoni indimenticabili, vere poesia in musica. A partire da “Ho visto anche degli zingari felici”. Ma non solo...

 

 

di Luciano Trapanese

Quella sera con Claudio Lolli, nel ristorante “La Fontana”, ad Avellino. A bere e cantare, dalle otto fino a notte fonda. Una notte di musica e risate, emozioni e alcol. Da ricordare e conservare. Oggi più di sempre. Il cantautore bolognese si è spento a 68 anni. E lascia a chi ha amato la sua musica, a chi ha vissuto l'epoca del cantautorato italiano (e ai tanti che l'hanno conosciuto solo in questi anni), una eredità di canzoni indimenticabili. Finestre su momenti lontani. Melodie e parole che hanno segnato tanti, tutti quelli che stanno ancora «Aspettando Godot», o hanno visto degli zingari felici.

A raccontarci quella notte – ci siamo sempre pentiti di non aver avuto il tempo di esserci -, è Filippo Cristallo, all'epoca organizzatore di eventi musicali. Che Lolli ha incontrato in più di una occasione: «Non lo dico perché non c'è più, ma nel mondo della musica è di certo la persona più bella e semplice che ho conosciuto. L'unico con il quale avrei voluto mantenere un contatto».

Quella sera era d'estate, il 2003. Claudio Lolli, insieme a Goran Kuzminac (ricordate Stasera l'aria è fresca?), e Luigi Grechi (cantautore e fratello di Francesco De Gregori), avrebbero dovuto esibirsi per le manifestazioni del Ferragosto Avellinese. Il concerto è però saltato per un violento acquazzone (si sarebbe poi svolto, qualche mese dopo, nel centro sociale “Samantha Della Porta).

«Alle otto siamo andati al ristorante – ricorda Cristallo -. Con Lolli, Kuzminak e Grechi anche altre persone, alcuni giornalisti. E' stata una serata molto piacevole. Hanno suonato pezzi a richiesta. Tre musicisti molto semplici, disponibili. Lolli in particolare. Quando ha cantato «Ho visto anche degli zingari felici», mi sono emozionato. Per me è una canzone simbolo, una di quelle che restano per sempre».

Claudio Lolli è stato uno degli artisti ritenuti negli anni '70 più impegnati. Intriso anche di una certa tristezza. Protesta e malinconia. Ma anche tanta verità. Sangue e vita. Soprattutto nei suoi prima album “Aspettando Godot” e “Canzoni di rabbia”. Prima di quello che tutti considerano il suo capolavoro, che è anche il “manifesto” della sua arte: «Ho visto anche degli zingari felici», del 1976.

«Amava comporre musica e cantare, ma era innamorato anche del suo lavoro di insegnante – ricorda Filippo Cristallo -. Ne parlava spesso, e le sue parole trasudavano amore e passione, raccontava sempre con trasporto del suo rapporto con gli alunni».

Claudio Lolli è rimasto per sempre un cantautore degli anni '70. Non ha mai cambiato il suo stile, la sua poesia, non ha mai messo da parte il suo impegno. Una questione di coerenza, che non ha concesso nulla al business. Anche per questo chi ha amato le sue canzoni, non solo non lo ha mai dimenticato, non solo ha lasciato per Lolli un angolo prezioso tra il cuore e i ricordi, ma gli ha dedicato uno spazio speciale, quello riservato agli autori di culto, quelli indifferenti allo scorrere del tempo. Capaci di sopravvivere anche alla morte. Proprio come Fabrizio De Andrè.

E' stato il cantautore che forse più di tutti ha “fotografato” gli anni '70 (insieme forse al primo Finardi). Un'epoca dura, difficile. Anche violenta. Ma che suscita anche nostalgia. Non sono perché il tempo addolcisce i ricordi. Erano anche gli anni della speranza e dell'impegno. Dell'utopia e della creatività. Poi sono arrivati gli '80...