In ospedale contro la paura: vi racconto l'inferno Covid-19

La storia di Carlo De Vito sanitario di Avellino al lavoro nell'ospedale di Cremona

in ospedale contro la paura vi racconto l inferno covid 19
Avellino.  

Un’infermiera, stremata, riposa 5 minuti con la testa appoggiata su un lenzuolo piegato e poggiato su una scrivania davanti al computer. Il tempo necessario per recuperare un poco di energie e tornare in prima linea, a combattere il coronavirus. Una foto diventata virale, diventata un simbolo. 

La foto è stata scattata nell'ospedale di Cremona, una delle strutture messe più alla prova in questi giorni di emergenza Covid-19. E quell'immagine diventa il simbolo del personale stremato nella lotta al contagio.

Carlo De Vito ha 40 anni viene da Avellino, borgo Ferrovia, e lavora come operatore sociosanitario specializzato e l’ospedale di Casalmaggiore è la sua trincea. La foto che vedete l’ha scattata alla fine di un lungo turno in corsia, col volto provato da una battaglia conclusa in quella che è la guerra della pandemia globale.

L'ospedale è allo stremo. «All’inizio di ogni turno – racconta Carlo De Vito sottoposto come altri colleghi al tampone – sei assalito da un senso di angoscia, un nodo in gola per nascondere la paura, poi respiri profondamente, metti la mascherina e ricominci. I guanti, il camice, gli occhiali. Il camice monouso all’interno è di plastica, ci protegge certo, ma si suda da morire e ti si appiccica addosso. Sopporti e vai avanti ogni giorno in nome di quello spirito autentico di dedizione che ci aiuta a continuare, giorno dopo giorno. In fondo, speri che la gente debba solo restare a casa. Qui non si è ancora capito che si muore per davvero sappiamo noi cosa significa vederli arrivare, sigillati in quelle barelle avvolte da una ampolla, molto spesso in fin di vita».

Carlo racconta una parte della sua vita al telefono, con la voce rotta dall’emozione alcune volte, per l’emozione forte, lo stress, l’impegno in quell’ospedale dove si far fronte all’emergenza.

“Le mie giornate iniziano quando il cielo è ancora buio - spiega -.Alle cinque lascio casa. Arrivo e trascorro i 15 minuti che iniziano la mia trasformazione in soldato in guerra contro il coronavirus. Abbiamo una stanza dove si avvia la vestizione. Una fase delicatissima. Ci spogliamo completamente. Nudi veniamo sottoposti ad un getto disinfettante nebulizzato. Serve a decontaminarci. Poi inizia la vestizione. Ad essere rapidi servono 15 minuti tra l'indossare il casco, la tuta, i calzari e tanto altro. Quando indosso il casco mi sento “chiuso”, mi sento protetto, significa che posso iniziare il mio lavoro”.

Fasi, protocolli, programmi di lavoro. I nostri infermieri, operatori e medici si trasformano in astronauti sbarcati su un pianeta alieno, in guerra contro un virus di cui ancora troppo poco si sa.

“Ogni giorno veniamo destinati ad un reparto - spiega -. Molto spesso vengo deputato all’accoglienza dei pazienti Covid. Ogni volta li vediamo arrivare in quelle sorte di ampolle trasparenti .Allora inizia la fase delicata in cui imbrachiamo il malato. Lo bardiamo e gli mettiamo l’ossigeno. Molto spesso fanno un gesto, mi fa ogni volta tanta tenerezza. Quando sono coscienti, quasi protagonisti di una ritualità prestabilita e preimpartita quando così non è, alzano i pollice a farsi coraggio”. Poi i reparti ancora più difficili, in cui si vivono momenti dolorosi e tragici.

“Fa davvero male vedere i pazienti sistemati a pancia in giù - spiega Carlo -. Li controlliamo di continuo, ci auguriamo che possano farcela, reagire bene alle terapie per tornare a casa. Quando si entra in quel reparto, con quella tipologia di paziente il tempo sembra fermarsi. Sentiamo, imbracati come siamo, il rumore dei macchinari e iniziamo a svolgere i nostri compiti”.

Momenti dolorosi ma anche momenti di gioia quelli che si vivono nei reparti. “Il momento più bello è l’applauso. Lo facciamo ogni volta che qualcuno vince il Coronavirus e torna a casa. Ci mettiamo tutti in fila come fosse un picchetto d’onore, per salvutare chi sconfigge questo virus subdolo e feroce. Per questo non smetto mai di dire a tutti: dovete restare a casa, dovete farlo per noi, che restiamo in trincea a combattere questa guerra”.