Sono tante le storie che affollano la mente degli irpini quaranta anni dopo quel 23 novembre 1980. C’è anche quella del professore Carmine Malzoni, che ricorda la sua notte del terremoto, la stessa che cambiò l’Italia, perché tra dolore e commozione il ricordo del sisma ha migliaia di volti, storie, personaggi.
Alle ore 19.34 di quel 23 novembre di 40 anni fa una terribile scossa di magnitudo 6,9 della scala Richter e decimo grado della scala Mercalli della durata di 90 secondi, fece fermare il tempo in diverse zone d’Italia.
Tra le regioni gravemente colpite la Campania e la Basilicata, la scossa ebbe degli effetti devastanti: 280mila sfollati, 8.840 feriti e 2.924 morti. Il sisma che colpì un’area di 17mila km, interessò in particolare le province di Avellino con 103 comuni, Salerno con 66 comuni e Potenza con 45 comuni.
“Ricordo come fosse ieri quella notte - racconta il professore Carmine Malzoni -. Ero a casa del mio amico, il dottore Tulimiero. Stavamo vedendo insieme la partita di calcio, nella sua villa in campagna. La terra iniziò a tremare. Ma per noi vivere quei novanta secondi non fu drammatico, come per chi era in quel momento in centro città. In campagna la scossa fu meno violenta. Non vedemmo i palazzi crollare intorno a noi. Ma capimmo subito che il terremoto era stato violento. Le comunicazioni erano interrotte. Presi subito la macchina. Corsi a casa, mi accertai rapidamente che i miei cari stessero bene e mi precipitai subito in clinica, il mio pensiero furono i bambini”.
Il dottore ricorda con chiarezza quei momenti, la corsa rapida in auto verso la clinica tra le palazzine crollate di una città, le grida disperate di qualcuno che affannosamente cercava i propri cari.
“La portata tragica, drammatica di quel sisma mi scorreva davanti agli occhi - racconta Malzoni -. Arrivai in clinica velocemente. C’erano circa trenta bambini nel nido. Mi accertai subito che tutti infermieri e medici fossero presenti. In tanti, in preda al panico, si erano allontanati. Anche le mamme in preda alla paura si erano assiepate fuori la clinica. Provai a riportare la calma. I volti di quei piccoli restano impressi nella mia memoria. Sono i volti della vita oltre la tragedia. La clinica non aveva, per fortuna, avuto danni. Mi precipitai nella terapia intensiva neonatale, poi nel nido. Continuammo il nostro lavoro. Non tornai a casa e provvedemmo a dimettere tutte le pazienti, per cui era possibile tornare a casa”. Poi vennero i giorni ancora più difficili, quelli dei soccorsi che arrivarono troppo tardi. “Ma lo sforzo umanitario e solidale fu straordinario - spiega Malzoni -. Si scavava a mani nude. Arrivarono nelle zone devastate dal sisma persone da tutto il mondo. La nostra clinica ospitò i componenti della Caritas Tedesca, che arrivarono per prestare soccorsi nelle settimane successive. Noi, intanto andammo avanti. Ci furono nascite, nuove vite, altri volti di neonati che ricorderò per sempre”.
