di Carmen Addonizio
Ci sono passi che non fanno rumore. Puntano il piede dritto e vanno lontano, non calpestano, non pesano, non fanno male, viaggiano lunghi percorsi, senza segnarne la strada. Altri, fatti di attese, di pause lunghissime, estenuanti, lasciano che il peso affondi il terreno ed è impossibile allontanarsi. In questi posti puoi soffermarti per lungo tempo, in una specie di assuefazione inconsapevole e, nonostante la volontà e l’irrilevante consistenza corporea, non ce la fai a volare. Un giorno ci svegliammo così. Con i piedi immersi nel fango, con la voglia di estraniarci da una realtà surreale. Ci ritrovammo a volare, sì, su macerie indistinte di polveri inconsistenti e pesanti. Capaci di insinuarsi nelle scarpe, come negli occhi, di impastarsi persino alle lacrime e che oggi, dopo quarant’anni, fatichiamo ancora a scrollarci di dosso.
Le pagine della memoria hanno scavato impietose ogni stralcio di vita passata, spezzata. Le foto di quei giorni scoloriti ci stupiscono ancora. Benché viste e riviste, svelano lo stesso segreto: un paesaggio pietrificato, un pianto disperato, uno sguardo perduto nel vuoto, la “Guernica” dei nostri giorni. Non fui io a togliere l’ultima pietra dal volto di mio padre. Né altri familiari in attesa dei propri cari. Furono amici, conoscenti e sconosciuti, furono “angeli”, uomini dal cuore immenso, instancabili, venuti anche da lontano. Furono fratelli, in quelle ore, vicini ai fratelli delle vittime e poco cambiava se indossassero o meno una divisa, o scavassero o meno a mani nude tra le pietre. Bisognava “fare presto”. Far presto, anche se il tempo si stava fermando. L’ho pensato mille volte, immaginando altre mille volte tanti fermo-immagine, scene ed epiloghi con finali differenti, senza riuscire mai a dare a questo film un titolo che non fosse diverso dal precedente. Eppure era domenica quarant’anni fa. C’era il sole. Ingannevole, menzognero prometteva l’estate. C’era voglia di stare all’aria aperta, come in un’ultima occasione, ma era solo il ventitreesimo giorno di un novembre già stanco. Avevo pochi anni, pochi flash, pochi ricordi di una domenica come le altre.
Quella domenica, però, avrebbe rivelato la sua ombra oscura e colpito molto presto nella maniera più subdola, nella nostra quotidianità. Il destino sceglie di far vivere una favola o un incubo, come e quando vuole e il perché probabilmente non si saprà mai. Avessi potuto scegliere, avrei scelto di essere grande, convincente, di avere tra le mani il tempo e non fermarlo, ma farlo correre veloce, afferrare la mano di mio padre, portarla via e vedere con lui, nel nanosecondo della salvezza, quel circolo sbriciolarsi davanti ai nostri occhi, senza far male, così che neanche una piuma potesse scalfire il suo bel viso. Avrei voluto esserci di più, imprimere, tra i tanti, anche i miei passi su quella polvere, evitare che morisse un solo uomo. E invece la fine di un solo uomo è bastata a cambiare anche una sola vita, la mia. Quella notte insieme al circolo crollarono migliaia di esistenze. Ed io diventavo improvvisamente un piccolo puntino in un mare di disperazione.
Tutte le vite del mondo erano un cerchio intorno e la morte non è mai stata così vicina. Il trambusto bloccava i passi, terrorizzava, faceva battere il cuore come mai prima. Eppure, non ne sapevo nulla, assistevo a qualcosa di sconosciuto. Non capivo e forse nessuno ha mai capito davvero. Come nebbia fitta, la polvere si elevava indistintamente, dal primo all’ultimo frammento, per poi adagiarsi leggera e silenziosa sulle colline, come un velo bianco e pietoso dopo l’agonia. Lasciava intatto un pallido grigiore sui muri instabili, sui volti spauriti. Con gli anni, cominciavo a chiedermi che forma avesse il mondo per una bambina così piccola, mentre provavo a ricomporre il caos immobile di vite impazzite. Ho immaginato mio padre e il suo ultimo grido chissà quante volte. A volte l’ho immaginato in punto di salvarsi, altre volte sul ciglio della porta e altre, al buio, dove le scale diventano voragini profondissime e dove si muore anche molto prima. Avrebbe cercato me, che a solo pochi metri vivevo la stessa tragedia, risparmiata soltanto nel corpo. Questo pensiero oggi, dopo quarant’anni, con fredda lucidità, mi mette davanti la bimba che ero, la forza che dà il non sapere, mentre mi rende inerme di fronte agli anni e alla vita che si fa storia. Il tempo ha ricomposto la forma delle cose. La gente di questa terra, i volti cresciuti come vite sopravvissute raccontano il terremoto perché non possono dimenticarlo, perché se lo portano dentro. E’ vivo nel carattere incerto di un pensiero volto al futuro, nei discorsi da bar, nelle piazze, come nei vicoli stretti dei piccoli centri storici, nel vissuto e nella stentata ricostruzione di un’epoca. Esiste e ne senti l’odore nelle fredde sere di novembre, nei silenzi che prendono l’anima, nelle valigie di chi è andato e non è più tornato, nello “sliding doors” dei destini, sospesi come sogni o come panni stesi ad asciugare.
In fila, sui fili spezzati dalla stessa notte. La stessa identica notte per tutti.
