In Svizzera, il dolore diventa sistema. In Campania, il sistema diventa dolore

Le emergenze strutturali nei Pronto soccorso di Irpinia e Sannio raccontano una sanità sconfitta

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Altro che querele a Report, Fico apra subito il dossier relativo alla sanità territoriale e di prossimità

Avellino.  

A Crans-Montana, di fronte a una tragedia immane, la sanità non si è limitata a “reggere”. Ha reagito. Ha fatto quello che un servizio pubblico deve fare quando il peggio accade: essere presente, coordinato, affidabile.
Le parole di Guido Bertolaso restano scolpite come un pugno nello stomaco per chi vive a sud di Roma: «Qui la gente trova tutto quello di cui ha bisogno». Non uno slogan. Una constatazione.
Ora torniamo a casa. Torniamo in Campania. Torniamo ad Avellino.
Qui, davanti al collasso del Pronto Soccorso dell’Azienda ospedaliera Moscati, i medici non dicono “ce la faremo”. Dicono: “Portate altrove i vostri pazienti”. Non per cattiveria. Non per ignavia. Ma perché non c’è più spazio, non c’è più fiato, non c’è più sistema.
Settantotto pazienti in urgenza. Dieci in codice rosso. Saturazione totale. Non un’esercitazione, non un evento eccezionale, ma ordinaria amministrazione di un disastro annunciato. E quando i dirigenti medici – quelli che tengono in piedi la trincea – mettono nero su bianco che la capacità ricettiva è compromessa, non stanno chiedendo un favore: stanno lanciando un SOS istituzionale.
Il punto non è Avellino.
Il punto è che Avellino è la fotografia nitida della sanità campana.
Una rete dell’emergenza che si piega perché la medicina territoriale non esiste, perché i presidi periferici sono fantasmi, perché l’integrazione tra Asl, ospedali e 118 è una parola buona solo per i convegni. Quando il territorio non filtra, l’ospedale esplode. E quando l’ospedale esplode, si chiede di deviare le ambulanze. Traduzione brutale: chi ha bisogno, si arrangi altrove.
Ed è qui che l’indignazione diventa rabbia politica.
Per anni abbiamo ascoltato la narrazione dell’efficienza, della sanità “che funziona”, dei miracoli contabili spacciati per miracoli clinici. La retorica muscolare dell’ex governatore Vincenzo De Luca si infrange oggi contro i letti mancanti, i corridoi pieni, i medici costretti a scrivere che non ce la fanno più.
Altro che modello. Altro che eccellenza. Qui siamo alla gestione per collasso controllato, dove si spera che il problema si sposti un po’ più in là, magari nella provincia accanto.
Il confronto con la Svizzera è impietoso non per le risorse – che sono diverse – ma per la cultura del sistema.
Lì l’emergenza attiva una macchina. Qui l’emergenza svela che la macchina non c’è.
Lì si dice “venite, vi curiamo”. Qui si è costretti a dire “non venite, non possiamo”.
E questo non è un fallimento dei medici. È il fallimento di chi ha governato, programmato, tagliato, accentrato, comunicato. È il fallimento di una sanità che ha preferito raccontarsi piuttosto che organizzarsi.
La vera domanda, oggi, non è quante ambulanze deviare.
La domanda è: quante altre crisi serviranno prima di ammettere che la sanità campana è strutturalmente inadeguata a reggere l’emergenza ordinaria, figuriamoci quella straordinaria?
A Crans-Montana il dolore ha trovato un sistema.
In Campania, troppo spesso, trova solo una porta chiusa e un modulo di smistamento.
E questa, più di ogni statistica, è la misura della nostra indecenza.