Asili nido, la mappa delle rette: da Avellino a Verona quanto costa il nido comu

Dal Sud al Nord, il rapporto UIL mostra differenze enormi a parità di reddito e servizio

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Il nuovo rapporto UIL sulle tariffe degli asili nido comunali fotografa un’Italia profondamente diseguale. Partendo dai dati di Avellino e risalendo la Penisola, emerge un sistema frammentato: a parità di Isee si va dalla gratuità a oltre 400

Avellino.  

Ad Avellino, per una famiglia con Isee di 15 mila euro, la retta del nido comunale si attesta intorno ai 130 euro mensili, a cui si aggiunge il costo della mensa. Spostandosi di pochi chilometri o cambiando regione, il quadro muta rapidamente. A Benevento la quota cresce, a Foggia e Caserta supera i duecento euro, mentre in città come Andria il servizio risulta gratuito, ma con una mensa che resta a carico delle famiglie. In Puglia Bari mantiene tariffe relativamente contenute, mentre Taranto e Brindisi mostrano costi decisamente più elevati. In Sicilia le rette di base oscillano tra i cento e i duecento euro in molte città, da Enna a Ragusa, da Trapani a Siracusa. Tuttavia il costo della mensa incide in modo significativo e spesso porta la spesa complessiva ben oltre le attese. In Calabria Catanzaro e Vibo Valentia presentano rette più basse, ma anche qui il servizio mensa può arrivare a pesare quanto, se non più, della quota educativa. Risalendo verso il Centro, le differenze diventano ancora più evidenti. In Abruzzo L’Aquila resta sotto i duecento euro, mentre Pescara supera abbondantemente i trecento. In Toscana il confronto è emblematico: Livorno resta sotto i duecento euro, Pisa supera i trecento e Prato arriva a sfiorare i 450 euro mensili. Nelle Marche e in Umbria la situazione non è più omogenea, con città medio-piccole che applicano tariffe simili a quelle dei grandi centri urbani. In Emilia-Romagna Bologna rappresenta un’eccezione con rette contenute per le fasce medio-basse, mentre città vicine come Forlì o Reggio Emilia chiedono cifre decisamente più alte. In Lombardia Milano si colloca su una retta di circa 250 euro per Isee 15 mila, ma basta spostarsi a Bergamo, Brescia o Lecco per superare ampiamente i trecento euro, con punte che sfiorano i seicento per redditi leggermente più alti. Nel Nord Est il quadro resta frammentato. A Trento e Venezia le tariffe restano relativamente accessibili, mentre a Belluno e Sondrio si raggiungono alcuni dei livelli più alti d’Italia. Bolzano fa storia a sé, con una retta poco sopra i cento euro e la mensa inclusa, dimostrando come scelte amministrative diverse possano incidere in modo determinante sul costo finale per le famiglie.

La mensa come moltiplicatore delle disuguaglianze

Il rapporto del Servizio Stato Sociale della UIL sottolinea come il costo della mensa rappresenti uno dei principali fattori di squilibrio. In alcuni Comuni è compreso nella retta, in altri supera gli 80 o i 100 euro mensili, rendendo di fatto inefficace una retta educativa apparentemente contenuta. Alla base di questa giungla tariffaria c’è, secondo la UIL, la persistente classificazione dei nidi come servizi a domanda individuale. Una definizione che consente ai Comuni ampia discrezionalità e che rende l’accesso al nido dipendente più dal luogo di nascita che dal reddito familiare. Sul fronte dei posti disponibili, l’Italia resta distante dagli standard europei. Il ridimensionamento degli obiettivi nel Piano strutturale di bilancio e la revisione al ribasso del PNRR hanno rallentato l’espansione dei servizi, lasciando scoperti soprattutto i Comuni più piccoli e le aree interne. Per la UIL servono fondi stabili e l’attuazione piena dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, affinché il nido sia riconosciuto come servizio educativo universale. Senza un cambio di passo, avverte il sindacato, le differenze territoriali continueranno ad alimentare disuguaglianze sociali, occupazionali e demografiche.