Ci sono ricordi che non hanno bisogno di fotografie. Restano lì, nascosti in qualche angolo della memoria, e tornano quando meno te lo aspetti. Basta un nome, un volto, una notizia. E improvvisamente hai di nuovo vent'anni, ritrovi gli amici di allora, rivedi le strade della tua città e senti quella strana emozione che provavi entrando in una sala cinematografica, convinto che il mondo fosse ancora tutto da scoprire.
A me succede ripensando a Tinto Brass e a quella sera del 1983 in cui arrivò ad Avellino, al cinema Eliseo, per presentare in prima nazionale La chiave. Un film che avrebbe fatto discutere l'Italia intera e che noi, a dire la verità, aspettavamo per ragioni probabilmente molto meno culturali.
C'era Stefania Sandrelli. E questo, per noi ragazzi di vent'anni, bastava e avanzava.
Non ricordo tutte le parole pronunciate quella sera. Non saprei ricostruire le domande, gli interventi, le considerazioni dei critici. Ma ricordo benissimo l'atmosfera. L'attesa, la curiosità, l'emozione un po' infantile di sapere che una delle donne più belle e affascinanti del cinema italiano sarebbe stata lì, a pochi metri da noi.
La Sandrelli apparteneva a quel mondo che conoscevamo attraverso il grande schermo, le riviste e i sogni della giovinezza. Non era semplicemente un'attrice famosa. Era uno di quei miti che accompagnavano la nostra generazione, un'immagine di bellezza e sensualità che sembrava appartenere a un universo irraggiungibile.
E invece, quella sera, era ad Avellino.
Il cinema Eliseo, gli amici e quella voglia di sentirsi grandi
A ripensarci oggi, mi viene quasi da sorridere. Eravamo giovani, curiosi, forse anche un po' ingenui. Ci sentivamo già adulti, ma bastava la presenza di un'attrice famosa per farci tornare ragazzini.
Il cinema Eliseo era uno dei luoghi nei quali si consumava la nostra educazione sentimentale, culturale e oltre: negli ultimi anni passato con nonchalance da «Il tempo delle mele» a «Gola profonda». Non soltanto film, ma incontri, amicizie, discussioni, primi amori, appuntamenti dati all'ultimo momento. Ci si andava anche per stare insieme, per ritrovarsi, per condividere qualcosa che avrebbe alimentato le conversazioni dei giorni successivi.
E poi c'era il Laceno d'Oro, quella straordinaria creatura di Camillo Marino e Giacomo d'Onofrio che riusciva a portare il grande cinema in una città di provincia.
Noi, naturalmente, non comprendevamo fino in fondo quanto fosse importante. Ci sembrava quasi normale che registi, attori e intellettuali arrivassero ad Avellino, che si sedessero davanti a noi, che parlassero dei loro film e rispondessero alle domande del pubblico. Eravamo fortunati e non lo sapevamo.
Camillo Marino e quei dibattiti dai quali scappavamo
Se chiudo gli occhi, tra i volti di quella stagione rivedo soprattutto Camillo Marino. La sua passione per il cinema era contagiosa, anche quando noi facevamo di tutto per sottrarci alle conseguenze più impegnative di quella passione. Perché c'era un momento, alla fine di ogni proiezione, che temevamo più di qualsiasi altra cosa.
Il dibattito.
Ancora oggi quella parola mi provoca un sorriso. Si accendevano le luci, qualcuno si alzava, il regista prendeva posto, un critico cominciava a parlare e noi capivamo che era arrivato il momento di scegliere tra la cultura e la libertà.
Quasi sempre sceglievamo la libertà.
Il problema non era il cinema. I film ci piacevano, anche quelli difficili: all'Eliseo abbiamo seguito, quella pellicola sì con animatissimo dibattito tra noi, «La nave va» di Fellini. O almeno ci piaceva l'idea di andare a vedere film importanti, diversi da quelli che passavano normalmente nelle sale. Il problema era ciò che accadeva dopo.
Cominciavano le domande sul linguaggio cinematografico, sulle intenzioni dell'autore, sulle simbologie, sulle metafore. Qualcuno interveniva con considerazioni lunghissime, qualcun altro si sentiva in dovere di dimostrare di aver capito tutto.
Io, invece, spesso avevo capito soprattutto che volevo uscire.
E allora partiva quella specie di rito clandestino. Uno sguardo agli amici, un cenno quasi impercettibile, il giubbotto recuperato lentamente, il tentativo di raggiungere il corridoio senza attirare l'attenzione. Qualche volta ci riuscivamo. Altre volte avevo la sensazione che Camillo Marino ci avesse individuati, e allora l'imbarazzo diventava ancora più grande.
Mi sembrava quasi di tradirlo. Lui aveva lavorato per settimane, forse mesi, per portarci quei protagonisti del cinema. E noi, dopo aver visto il film, ce ne andavamo proprio quando cominciava la parte che per lui era forse la più importante.
Era la nostra personale Corazzata Potëmkin. Molto prima di imparare ad apprezzare davvero certi capolavori, avevamo già sviluppato una straordinaria capacità di fuga dai dibattiti cinematografici.
Quella sera con Brass e il sogno di vedere Stefania Sandrelli
La serata di La chiave, però, aveva qualcosa di diverso. C'era Tinto Brass, con quell'aria ironica e provocatoria che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Ma soprattutto c'era lei, Stefania Sandrelli. Non so se oggi riuscirei a spiegare a un ragazzo di vent'anni cosa significasse allora vedere dal vivo una donna che apparteneva all'immaginario cinematografico di un'intera generazione.
Oggi basta un telefono per vedere fotografie, interviste, video, apparizioni pubbliche. Allora no. Le star del cinema erano davvero lontane. Vivevano dentro lo schermo, e proprio quella distanza le rendeva ancora più affascinanti.
Per questo l'attesa aveva un sapore particolare. Non si trattava soltanto della prima di un film. Era la possibilità di trasformare, per una sera, un'immagine in una presenza reale.
Ricordo quella sensazione di incredulità, la curiosità di osservare da vicino una persona che avevo visto tante volte soltanto sullo schermo. E ricordo il clima di eccitazione che si respirava tra noi ragazzi.
Probabilmente nessuno lo avrebbe ammesso apertamente. Avremmo parlato di cinema d'autore, di nuove tendenze, della provocazione di Brass. Ma la verità era molto più semplice: eravamo lì anche per vedere Stefania Sandrelli.
E non c'era proprio nulla di male.
La fortuna di essere giovani in un'Avellino che guardava lontano
Oggi mi rendo conto che quelle serate erano molto più importanti di quanto riuscissimo a comprendere.
Avellino era una città diversa, con tutti i suoi limiti ma anche con una vitalità culturale che forse abbiamo apprezzato pienamente soltanto quando è diventata un ricordo.
Il Laceno d'Oro apriva finestre sul mondo. Ci faceva incontrare persone, storie e idee che altrimenti sarebbero rimaste lontane. Ci abituava, senza che ce ne accorgessimo, a guardare oltre i confini della provincia.
E Camillo Marino era il cuore di quella straordinaria esperienza. Un uomo che credeva nel cinema con una passione quasi ostinata, capace di inseguire registi e autori, convincerli a venire in Irpinia e trasformare una normale serata in un appuntamento culturale.
Forse avremmo dovuto ascoltarlo di più. Fermarci a quei dibattiti, fare qualche domanda, approfittare fino in fondo di occasioni che oggi sappiamo irripetibili.
Ma avevamo vent'anni. E a vent'anni non si può pretendere di capire tutto.
Fuori dall'Eliseo c'erano gli amici, le ragazze, le risate, le passeggiate senza una meta precisa, le serate che sembravano non finire mai. C'era la vita che ci aspettava, e noi avevamo una fretta terribile di correrle incontro.
I ricordi più belli sono quelli che non sapevamo di costruire
Ripensando oggi a Tinto Brass, alla sua carriera, al suo cinema provocatorio e a quella prima di La chiave, mi accorgo che il ricordo più forte non riguarda nemmeno il film.
Riguarda noi.
Riguarda quei ragazzi che entravano all'Eliseo con gli occhi pieni di curiosità, che sognavano di vedere Stefania Sandrelli da vicino, che si sentivano parte di qualcosa di grande senza comprenderne davvero il valore.
Riguarda gli amici di allora, pochissimi ancora vicini, altri perduti lungo la strada. Riguarda una città che sapeva offrire occasioni straordinarie e una stagione della vita nella quale tutto sembrava possibile.
E riguarda anche Camillo Marino, al quale oggi vorrei idealmente chiedere scusa per tutte quelle fughe precipitose dai dibattiti.
Magari gli direi che aveva ragione lui. Che quelle discussioni, quelle serate, quegli incontri erano importanti. Che ci hanno lasciato qualcosa anche quando facevamo finta di non ascoltare.
Ma sono sicuro che, se potessi tornare davvero a quella sera del 1983, farei esattamente la stessa cosa.
Entrerei all'Eliseo con gli amici, cercherei un buon posto, aspetterei con il cuore un po' accelerato l'arrivo di Stefania Sandrelli. Guarderei il film, applaudirei e, appena qualcuno annunciasse il dibattito, comincerei a cercare discretamente la via d'uscita.
Perché forse la bellezza di quei ricordi sta proprio lì. Nel non essere stati perfetti, nel non aver capito tutto, nell'aver vissuto momenti straordinari con la leggerezza inconsapevole della giovinezza.
E oggi, dopo più di quarant'anni, darei chissà cosa per ritrovarmi ancora una volta in quella sala. Anche soltanto per qualche minuto. Con gli amici, con l'emozione di allora e con tutta la vita ancora davanti.
