Chiuse per il lutto, con le giostre della villa Comunale muore anche Avellino. Mesi fa toccò al cedro di piazza libertà, prima ancora agli alberi dei Platani, oggi commentiamo il canto del cigno di un altro pezzo di futuro del quale i nostri piccoli sono stati privati. Simbolo di una capoluogo che è solo un vago ricordo. Quando si entrava ad Avellino arrivando dai Platani che contenevano quattro file di alberi, maestoso ingresso verde al salotto buono della città: un corso pullulante di vita che procedeva fino a una Piazza Libertà con le fontane e i cigni (puoi leggere l'ìapprofondimento di questa notizia sull'app Ottopagine News, disponibile su Android e Apple).
Continuando lungo Via Nappi si accedeva al cuore del commercio cittadino, una strada dove si faticava a passeggiare nelle ore di punta, con attività commerciali sempre piene che esponevano le eccellenze dell’artigianato locale, e procedevano in una soluzione di continuità fino al Duomo, nello spiazzale del quale i bambini si ritrovavano per giocare a calcetto e gli artisti locali avevano le loro botteghe.
Oggi quella città non esiste più, vittima di un inurbamento confuso e parziale che ci ha regalato un corso troppo grande tagliato fuori dal resto della città, un centro storico trincerato dai cantieri con i commercianti costretti a chiudere, cantieri e scatole vuote ovunque, l’assenza di piazze e spazi dedicati ai nostri bambini.
Andrea Fantucchio
