“Il Pd irpino non merita tanta umiliazione. E' tempo di reagire. Di difendere almeno la dignità politica di chi si rifiuta di partecipare alla "guerra tra bande" che da mesi imperversa in qualche consiglio comunale, negli enti sovra comunali, nei comuni al voto e in quel poco che è rimasto a Via Tagliamento”. Così ha parlato l'ex Segretario del Pd provinciale Carmine De Blasio, in un duro sfogo su Facebook. Descrivendo magistralmente il crollo del partito di riferimento a livello locale e l'implosione di un sistema radicato, per troppo tempo, nei comuni e negli enti che intorno ai partiti gravitano.
Una situazione che si ripete. Quattro giorni dall'elezione di Vincenzo Sirignano alla presidenza dell'Asi e già si vedono gli effetti. Prevedibile l'uscita del presidente uscente Belmonte, che ha parlato di trame ordite per farlo fuori, un po' meno la mossa del comune capoluogo che non ci ha pensato due volte a tirarsi fuori dal carrozzone Asi. Motivazione ufficiale: quei conti dell'ente che da tre anni non tornano. Giustificazioni che non fugano del tutto il dubbio politico: siamo certi che la sconfitta dell'asse Famiglietti-De Luca-Basso a favore di Belmonte, non centri nulla sulla scelta di Foti e dell'amministrazione?
E se invece così fosse, se a contare sia stato il centro di gravità che per troppo tempo ha animato quest'esperienza amministrativa, stiamo freschi. Vorrebbe dire, una volta ancora, dipendere da equilibri politici che hanno dimostrato di contare, nei fatti, come il due di coppe quando a briscola comanda denari. Quando il gioco si faceva più duro, i muscoli mostrati da questi signori del pd nel recinto locale, perdevano drammaticamente di smalto. La vicenda dell'Alto Calore è emblematica. L'immobilismo da un lato,la forza dei riferimenti del Sannio dall'altro, hanno dimostrato chi contava e quanto. Si è deciso senza il partito democratico irpino, e nessuno se n'è accorto. Eccetto chi nel Pd milita, e continua a chiedere disperatamente risposta.
Poi è arrivata l'Asi. E si è fatto di peggio. Il partito democratico, nei fatti, si è disgregato ancora(ormai è uno spezzatino per tutte le volte che si è spaccato). Favorendo il trionfo di un vecchio potere consolidato che fa capo alla stessa vetusta testa che, nonostante gli errori del passato, continua a fare marameo a tutti. Guizzi più cha da stratega scafato, da Gulliver tra i lillipuziani. Immaginare che questo risiko locale, possa infatti tradursi in prospettive di sviluppo per la provincia, ci sembra presuntuoso e utopico. I giorni di gloria sono finiti, resta la guerra dei tozzi di pane.
L'unico merito rilevante, nel trionfo di De Mita, è la definizione data al Pd provinciale. Uno scarabocchio, neppure una bozza di partito. Un surrogato di spinte differenti che non fanno capo ad un'idea ma a dei capocorrente, e che quindi sulle questioni vitali, finiscono per essere travolti dalla stessa risacca di personalismi che ne assicura al momento la maggioranza nominale. Non basterà un regolamento per cambiare questa situazione. Fosse pure il decalogo di Mosé. Però noi proviamo ugualmente a rivolgerci al primo cittadino di Avellino. Si tiri fuori da questa guerra degli stracci. Al partito non deve nulla più di quanto ha già offerto, prendendosi spesso colpe non sue. Finché la situazione è questa, faccia suo un vecchio adagio, meglio soli che male accompagnati. Se le compagnie sono queste poi, si salvi chi può.
Andrea Fantucchio
