Arrivano altri immigrati. I razzisti alzano la voce

Altri 80, disseminati nei centri. Ma cresce l'intolleranza. E non ci sono risposte all'emergenza.

L'inutile guerra ideologica tra buonisti e intransigenti. Qual è il limite massimo di accoglienza in Irpinia? E come si fa a garantire a tutti le condizioni minime di sicurezza?

Avellino.  

di Luciano Trapanese

Sono arrivati altri 80 immigrati in Irpinia. Il flusso non si ferma, soprattutto d'estate, quando gli sbarchi sono continui. Altri 80, accuditi dagli agenti della questura e poi consegnati ai gestori dei centri, secondo il piano predisposto dalla prefettura di Avellino. Un piano per l'emergenza. Ma per una emergenza che rischia di essere continua. Senza soluzione. E senza neppure la prospettiva di una soluzione.

Nel frattempo segnali di intolleranza sono evidenti. Anche in Irpinia. Qualche giorno fa un gruppo di immigrati protestava davanti al Palazzo di Governo, lungo il Corso. Motivo: il mancato pagamento dei pocket money. Non immaginate chissà quali cifre: 2 euro e 50 al giorno. Ebbene, non sono stati pochi gli avellinesi ad imprecare. «Noi non abbiamo soldi e il governo li dà a questi, che per un ritardo contestano pure». Il linguaggio era naturalmente molto più colorito. Iniziano a essere frequenti anche le manifestazioni anti immigrati. E il sindaco della vicina San Marzano sul Sarno, nel commentare una lite tra due immigrati, finita con il ferimento di una anziana, è andato ben oltre una comprensibile denuncia: «Se ne devono andare, sono tutti sempre ubriachi». Senza dimenticare il presunto tentativo di violenza carnale, nella zona di San Tommaso, ad Avellino. Protagonista un giovane di Capoverde, subito arrestato. Episodio che ha alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati e dato il fiato alle trombe di quanti sono apertamente razzisti, inconsapevolmente razzisti («non ho niente contro i neri, ma...»), intolleranti, infastiditi e così via diluendo.

Di fatto non c'è un piano preciso sulla questione immigrati. A livello europeo, nazionale, regionale, provinciale e comunale. Si va avanti alla meglio, sperando in non si sa cosa. Sarebbe bene capire almeno quanti possiamo ospitarne. Qual è il limite oltre il quale è difficile garantire sicurezza a chi arriva e a chi ospita. E partendo da quel limite capire e decidere cosa fare dopo. E invece, niente. Si va avanti alla bell'e meglio. Fin dove si può arrivare. Ignorando segnali che iniziano a essere preoccupanti.

Eppure la Germania l'esempio lo ha dato. Altri due milioni di profughi poi stop. Porte chiuse. O il sistema nazione rischia il collasso.

Certo, la crisi ha peggiorato le cose. Ma la xenofobia scatta a prescindere, quando la percentuale di stranieri (bianchi o neri il colore non c'entra, o ci siamo già dimenticati dalle accoglienze riservate ai meridionali in alcune zone del nord?), supera una certa cifra. E piuttosto che innescare una discussione seria, e che soprattutto anticipi una soluzione, o quanto meno indichi le ragioni di una scelta, si va avanti con una sorta di scontro ideologico. Buonisti contro intransigenti. Estremismi senza via d'uscita. O li accogliamo tutti, o bombardiamo i barconi. E' precluso il buon senso.

A tutto questo si aggiunge l'assenza quasi totale dei sindaci, almeno in Irpinia. Ognuno rifiuta di ospitare gli immigrati. O almeno, dicono: se proprio volete dovete imporcelo. Il motivo è chiaro: solo così potrebbero giustificarlo di fronte ai concittadini (e quindi elettori).

Nel frattempo gli immigrati continuano ad arrivare. Vengono “reclusi” in centri al limite del vivibile e lasciati a ciondolare per le strade senza niente da fare. Il loro numero aumenterà ancora e ancora. Moltiplicando – inevitabilmente – i casi di intolleranza.

Sulla questione non si discute troppo. O meglio: l'analisi è concentrata tutta sui barconi, sui Paesi di provenienza, sulle partenze dalla Libia. Per carità, non ci sarebbe nulla di male (è un approccio anche quello). Ma da anni siamo alle chiacchiere. Nel frattempo – e questa è la domanda – cosa si fa per chi è già in Italia? E cosa si fa per garantire a tutti le condizioni minime di sicurezza?