I miei 17 anni in provincia: «Da qui non me ne vado»

L'infanzia felice e spensierata. L'adolescenza un po' meno: venire in città e sentirsi un'aliena.

Ma le radici non si cambiano. Non lascerò mai la mia terra.

Avellino.  

Sono un'aliena, vivo nella piccola frazione, di un piccolo paese, in una piccola provincia. E da qui non voglio andarmene. E vi spiego perchè.

Serate al bar. Film all' aperto e pranzi di gruppo. Le mie giornate erano così. Monotone è dir poco. Ma mi andava bene lo stesso.

Da quando sono nata, vivo a San Michele. Una piccola frazione di Pratola Serra, 490 abitanti, in provincia di Avellino, dove tutti conoscono tutti. Sono sincera, fino a 4 anni fa adoravo il mio stile di vita tranquillo e sedentario. Lo stile di casa mia. Era piacevole rimanere con i tuoi i pomeriggi, anche se molte volte eri costretta ad ascoltare i loro noiosi discorsi sul mutuo da pagare e sulle bollette salate. Ma ti andava bene così.

Tutto è cambiato con le superiori. Andare a studiare in città era una assoluta novità: era uscire, in un certo senso, dalla tua bolla ed esplorare un nuovo mondo. La mia eccitazione, ricordo, era alle stelle. Ma tutte queste aspettative sono risultate vane.

Ho compreso immediatamente le differenze tra me i miei coetanei avellinesi. “Oggi vado a comprare le nuove Hogan!”, urlavano entusiasti, “C'è una festa in discoteca stasera, devo trovare la gonna più corta nell'armadio di mia sorella!”. Che tristezza, pensavo. Discorsi cosi frivoli, cosi lontani da quelli ai quali ero abituata. Insomma, proprio non mi appartenevano.

L'unico paio di scarpe firmate che potevo permettermi erano le Converse prese con i saldi nel periodo natalizio, quando mamma riceveva la tredicesima. E di certo a 14 anni non andavo in discoteca per rimorchiare i ragazzi. Il posto più lontano dove potevo uscire era la gelateria sotto casa e il coprifuoco era per le 10 e tre quarti. “Non un minuto di più”, sentenziavano categoricamente i miei. Devo riconoscere che allora ci restavo male, e non poco.

Il mio complesso di inferiorità mi condizionava al punto da guardare con invidia e desiderio tutti i ragazzi di città che avevano l'aria di “chi la sa lunga”. Molto più lunga di me. Non mancavano i giorni in cui ti etichettavano come “grezza” o “rozza” a causa del mio spiccato dialetto di provincia e per il modo di vestirmi, com'è che dicevano?, ah ecco, da sempliciotta. Quanta ignoranza c'è in giro ...

Ammetto che inizialmente il loro mondo mi affascinava, avrei fatto di tutto per entrarne a far parte.

Indossi una maschera e diventi un'altra persona solo per far contenti loro, perché, almeno nel mio caso, contenta, con quella maschera addosso, proprio non lo ero.

C'e chi si chiede se ne valga la pena, di cambiare, di mettere quella maschera. Forse per gli altri sì. Ma non rende felice te stesso. A me felice non mi ha mai reso felice.

Io amo altro. Preferisco recarmi in piazza nella mia monotona frazione sentire le epiche storie del signor Gino. Era arruolato e sa che mi perdo ogni volta che sento le sue vicende . Dalla sua esperienza, mi ripete sempre: “Vivi la tua vita come meglio decidi, non lasciarla decidere agli altri.” Sante parole quelle del signor Gino. Le ricorderò.

Nonostante i lati negativi che comporta vivere in una frazione, io da qui non me ne vado. Qui ho le mie radici. La mia storia.

Alessia Dello Iacono

(del gruppo di ragazze che ha frequentato il corso di Ottopagine di scuola/lavoro)