Sangue, macerie e rabbia:riecco l'Italia di ritardi e coraggio

Dall'Irpinia alle Marche storie di una terra inquieta scandita dai sismi. Il commento

Avellino.  

di Simonetta Ieppariello

Sepolto vivo. L’incubo più devastante. Sepolti vivi nella realtà dell’ennesima tragedia della nostra terra inquieta. Dolore misto a rabbia perché la domanda resta la stessa trentasei anni dopo l’Irpinia, dopo 36 anni che dovevano trascorrere nell’impegno del costruire con intelligenza, sicurezza. La domanda del giorno dopo è la stessa: si poteva evitare?  È una tale pena vedere quei corpi coperti di polvere che vengono estratti dalle macerie. Eppure l’Italia sa cosa significa la parola terremoto e non riesce a darsi delle regole per la costruzione delle sue città. E ancora oggi sfila davanti ai nostri occhi una lunga scia di morti. Le cifre daranno conto di questa ulteriore tragedia che, come sempre, diventa monito. Perchè, è bene ripeterlo, si fa poco per la sicurezza degli edifici costruiti in zone sismiche. C’è ancora troppo cemento assassino. Come in Campania e Basilicata, a l’Aquila e oggi nel Lazio e nelle Marche. L'alba anche questa mattina come 36 anni fa porta una luce spettrale sulle macerie di Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto. C’è quella sottile patina bianca, è la materia e l'odore della distruzione si sparge nell'aria. Un’aria grossa che sa di morte e cancellazione. Oggi come 36 anni fa. Con la differenza che in quel novembre del 1980 nacque sulle macerie dell’Irpinia la Protezione Civile, dopo il grido lacerante di Sandro Pertini che denunciò, nella piazza di Lioni, la vergogna nazionale di militari costretti a rimuovere le macerie a mani nude e dei soccorsi che non c’erano, dei giorni che scorrevano nella lentezza di una macchina di aiuti che non c’erano. Stavolta non è stato così. La macchina dei soccorsi in quei paesini di un Italia ancora contadina è arrivata. Ma le grida dalle macerie sono le stesse. Tragedie e contemporaneamente appuntamenti che legano la storia ad un luogo. I terremoti in Italia sono una frequentazione che sa di morte e dolori strazianti che attraversano il tempo tenendo insieme le persone, legandole tra loro.

Il terremoto scatenatosi tra Lazio e Marche è tra i più violenti avvenuti in Italia. Quella appena trascorsa è stata una notte di ansia, paura speranze e disperazione tra chi si aggira ancora attonito tra le rovine di quelle che fino a mercoledì notte erano le loro case, i loro luoghi di lavoro, i loro negozi. Oggi cumuli di macerie. Il pensiero corre a quella notte del 23 novembre 1980, con il terremoto dell'Irpinia e i suoi 6,9 gradi Richter tra Irpinia e Vulture ma anche l’intera Campania, la Basilicata e la Puglia occidentale, con 30 città disastrate, 5 milioni di persone coinvolte e circa circa 3.000 morti con 250mila senzatetto. 

I pennini del sismografo dell’Osservatorio vesuviano vibrarono come schegge, finirono fuori scala e i tracciati si interruppero. Erano le 19,35 di domenica 23 novembre 1980. Un’onda sismica del settimo-ottavo grado della scala Mercalli, equivalente a una magnitudo fra 6,5 e 6,8 della scala Richter, scosse l’Appennino meridionale, tra Campania e Lucania, con epicentro l’area di confine tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. 

Tragedie nazionali che sono seguite poi ancora tra Emilia Romagna e L’Aquila. Quel serpente che striscia e compie sinusoidi mortali nella terra continua a mietere vittime e strazio ha ucciso ancora. Dalle prime ore dell’alba di ieri il grande cuore della solidarietà nazionale ha fatto sentire e vivere la migliore italianità, fatta di coraggio, di altruismo, di volontà per affermare il bene comune.

Una mobilitazione che, al di là dei canali istituzionali, trova naturale eco sul web, attraverso i social network, dove si moltiplicano veloci le iniziative. La Rete non sta a guardare. Nei momenti di emergenza, il Paese risponde con generosità e umano senso della solidarietà. Ma i morti sono tanti, troppi. 

Ma possibile che si debba intervenire sempre dopo il disastro e mai prima?