Ho visto quella ragazza morire schiacciata dal Suv

Sono stata testimone di quel terribile incidente. Avevo tredici anni.

La ragazza era con due bambini, il Suv le ha schiacciato il torace. Sembrava assonnata, stava morendo. «Non dimenticherò mai quella scena»

Avellino.  

La Morte è una strana dea. Quando non viene direttamente da te, si presenta all’improvviso nel tuo angolo di mondo, non invitata. Eccola, è venuta a salutarti, “Ciao, sono qui”. Giusto per ricordarti di non rilassarti troppo, perché Lei, silenziosa e fatale, rimane in agguato. Sempre.

Quando avevo tredici anni, ho visto una ragazza morire sotto i miei occhi. Una sconosciuta, mai vista prima, volto anonimo. Ci ha pensato la Morte a presentarmela. Nessun oblio potrà mai scacciare la sua immagine dalla mia mente.

Passeggiavo con un’amica che non vedevo da tempo. Ricordo che stavamo ridendo. Tante cose da raccontarsi, troppi sorrisi, battute e risate sguaiate. Un pomeriggio tranquillo, felice. Forse a metterci di buonumore era stata quella tavoletta di cioccolata appena scartata, o forse le piantine colorate davanti alla fioraia, che distendevano i rami al sole e ammiccavano, maliziose, ai passanti.

Attraversammo la strada, guardando spensierate alla bellezza dell’autunno, riempendoci i polmoni del profumo delle foglie. Un passo dopo l’altro, senza neppure curarsi delle automobili. Poi, un grido.

Ormai quasi sul marciapiede, mi girai. Forse il Suv aveva i freni rotti, forse la donna aveva avuto un attimo di distrazione, forse a distrarsi era stato il vecchio che guidava. Fatto sta che in una frazione di secondo ho visto questa ragazza attraversare e poi morire, con due bambini di cinque o sei anni per mano. Una zia che porta i nipotini a passeggio, una sorella maggiore o una babysitter.

Magari avevano appena finito di fare la spesa, e discutevano se vedere il cd della Sirenetta o di Mulan una volta a casa. Poi, il tempo deve essersi fermato. L’automobile. La paura. Un ultimo, disperato gesto d’amore, quello di spingere i due bambini lontano dal serpente di catrame, al sicuro. Lo schianto.

La macchina non si è fermata al momento dell’impatto, quando lei è sbattuta sul parabrezza. Ha proseguito per la sua strada per un altro metro. Un metro fatale. I freni si sono azionati esattamente quando la giovane si trovava sotto le grosse ruote anteriori.

Uno scricchiolare di ossa. I miei occhi si posarono su di lei, che sembrava non rendersi conto di nulla.

Marrone giallo verde rosso grigio. Tutto mi ruotava attorno. Le ginocchia tremavano, la testa girava, la vista mi si appannava. Caddi con il culo a terra. Faccia tra le foglie marce che si raccoglievano nel rigagnolo.

Sentii qualcosa di acido salirmi per la gola. Poi il sapore del sangue. Mi ero morsa la lingua accasciandomi a terra. Le prime urla. “Fermati, fermati, coglione!”. “Cristoiddio, chiamate un’ambulanza!”, “Un medico, un medico!”. “Vai indietro, la stai ammazzando, vai indietro!”.

La Morte si era messa in azione. E’ riuscita a strappare dalle loro noiose ordinarie attività una cinquantina di persone, ora tutte raccolte intorno alla giovane morente. La tua vita in secondo piano, quando ti trovi faccia a faccia con qualcosa di straordinario e atroce. Quando ti trovi a tu per tu con il Fato.

Non ricordo i bambini, credo li abbiano portati via. A parte qualche graffio, stavano bene. Tutta un’altra storia per la disgraziata. Giaceva a terra, non urlava, sembrava solo stanca, assonnata. La cosa che mi ha colpita di più è che non c’era nemmeno un po’ di sangue. “Non è grave, non è grave, non è grave”. Questo il mantra che ripetevo mentre mi aiutavano a rialzarmi.

Avvicinandomi meglio, vidi che il torace era schiacciato in modo innaturale. Una profonda curva concava, la maglia umida e calda. Una borsa sotto il capo, una signora che l’aiutava a respirare, chi portava acqua, chi faceva scendere dall’auto l’uomo. Questo, era indifferente. Mi costringo a pensare che fosse per lo shock.

Iniziai a piangere. Non riuscivo ad andarmene di lì, a staccarmi da lei. Ero come ipnotizzata. Sentivo farsi strada dentro di me una rabbia intensa, incontenibile. Ero impotente, una stupida ragazzina buona solo a osservare una vita che si spegneva.

La mia amica mi trascinò via di forza. Mi abbracciò, e un singhiozzare disperato faceva da coro alla tragedia. Ormai però era già calato il sipario. Il corpo fu portato via dall’ambulanza, mentre il resto degli attori si disperdeva.

Anita Vena

(studentessa del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro)