di Luciano Trapanese
Il boss è libero. Undici anni dopo, Biagio Cava, il capo carismatico dell'omonimo clan di Quindici, lascia una cella per tornare a casa. Arresti domiciliari. I giudici del tribunale di sorveglianza di Sassari hanno accolto l'istanza di differimento della pena – avrebbe dovuto restare in cella fino al 2030 – per ragioni di salute. A presentare la richiesta – come scrive il Quotidiano del Sud -, lo storico difensore del capoclan, l'avvocato Raffaele Bizzarro.
Chi conosce la storia criminale della provincia di Avellino, sa bene che il ritorno di Biagio Cava potrebbe avere effetti importanti, soprattutto nel Vallo Lauro, ma non solo.
Undici anni al 41 bis, il carcere duro
Cava era stato arrestato il 16 ottobre del 2006. Da allora una lunga vicenda giudiziaria. La detenzione al 41 bis – il carcere duro, riservato ai criminali ritenuti più pericolosi -, prima a Tolmezzo, poi a Sassari e Opera. Deve scontare una condanna per associazione mafiosa. Trent'anni di detenzione (ma è stata chiesta la revisione del processo).
La gestione del suo ritorno è stata molto impegnativa per le forze dell'ordine. Vallo blindato, misure di sicurezza che non si vedevano da tempo.
Il silenzio dopo la strage delle donne
Biagio Cava è ritenuto da anni un riferimento dei Fabbrocino (e prima degli Alfieri). Un criminale capace di elevarsi al di sopra della faida quindicese – più di cinquanta morti - e costruirsi una posizione di primo piano nella camorra campana.
Era in cella anche quel giorno maledetto. Quello della strage delle donne, quando un commando dei Graziano uccise la figlia prediletta, Clarissa, di 16 anni, e ferì gravemente l'altra figlia, Felicetta. Nell'agguato morirono anche una sorella del boss e una nipote.
Cava venne avvisato al telefono. La sua risposta è stato un lungo, prolungato, doloroso silenzio.
La paradossale fine della sanguinosa faida
Quel giorno – era il 26 maggio del 2002 -, paradossalmente la faida è finita (ci furono altri agguati sporadici). I Graziano sono stati decimati dagli arresti: per una volta avevano agito d'impulso, lasciando dietro di sé una scia di prove che li ha inchiodati. Sono arrivati anche i pentiti (una assoluta novità), da una parte e dall'altra. E anche i Cava hanno subito decine di incarcerazioni. Sono morte alcune donne chiave (Quindici è una enclave del matriarcato), che negli anni erano state un po' il fuoco che alimentava l'odio e la vendetta tra le due famiglie.
Tutte circostanze che di fatto hanno fermato il sangue e il piombo.
E ora, nuove circostanze, potrebbero riaprire quella ferita. La scarcerazione del boss, certo. Ma anche quella – prevista nei prossimi mesi – di alcuni elementi di primo piano del clan rivale.
Probabile, o forse no. La detenzione potrebbe aver spento la sete di sangue e vendetta.
Ma nel Vallo è cambiata la geografia criminale
Ma restano sullo sfondo altri interrogativi. La geografia criminale nel Vallo e nel Nolano è cambiata molto in questi anni. Sono emerse nuove famiglie. C'è una generazione emergente di boss. Come sarà accolto il ritorno di un personaggio del calibro di Biagio Cava? E soprattutto: il boss, oggi 62enne (e scarcerato per motivi di salute), avrà intenzione di tornare ad imporre le sue legge?
Di certo Quindici e Pago Vallo Lauro restano le roccaforti, rispettivamente dei Graziano e dei Cava. E di certo ancora, le relazioni annuali della Dia confermano la presenza costante nel Vallo, ma non solo, di esponenti che fanno riferimento alle due famiglie.
La leggenda della primula rossa della camorra
Ma il quadro è molto incerto. E non bisogna dimenticare che il boss è comunque agli arresti domiciliari e sottoposto a stretta sorveglianza.
Anche se – negli anni – Cava ha costruito la sua leggenda anche per la capacità di rendersi imprendibile a lungo. Una delle storiche primule rosse della camorra, status che spetta solo ai veri leader.
Uno degli arresti più clamorosi del capoclan a Nizza, dove stava per imbarcarsi su un aereo: destinazione Stati Uniti (per gli investigatori aveva affari in corso con Cosa Nostra). Quell'arresto – nel febbraio del 2002 – ne aveva confermato, ancora una volta, lo spessore criminale. Oltre a una lunga serie di episodi che ne hanno costellato l'esistenza. Compresi due agguati, ai quali è riuscito a sottrarsi solo grazie alla sua immediata reazione.
Una vita intera tra piombo, vendette e camorra. Passata tra celle e rifugi, usati per evitare le manette, ma anche per eludere i suoi nemici storici, quei Graziano che per anni lo hanno considerato il pericolo pubblico numero uno, il responsabile – tra gli altri – dell'omicidio del futuro boss della famiglia, Eugenio. Massacrato in un garage di Scisciano insieme ad altre due persone. Per gli investigatori è stata quella la miccia che ha reso la faida ancora più devastante.
