Processo trattativa Stato-mafia: «Mancino ha detto il falso»

Parte della requisitoria del pm Nino di Matteo: «Diverse gravi contraddizioni».

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L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino per l'accusa avrebbe «dichiarato il falso in più occasioni. E cercato di «condizionare le attività giudiziarie».

Montefalcione.  

 

di AnFan 

«L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino ha dichiarato il falso». Il pm, Nino di Matteo, nella sua requisitoria del processo «Trattativa Stato Mafia», ha ripercorso le contraddizioni che sarebbero emerse nel corso delle precedenti udienze.

«Le dichiarazioni di Nicola Mancino sull'incontro col giudice Paolo Borsellino al Viminale, il giorno del suo insediamento, sarebbero contraddittorie», ha ribadito il pm.

Per l'accusa fino al 2010 l'imputato avrebbe sempre sostenuto di non avere alcun ricordo dell’incontro con il giudice Borsellino spiegando che «Anche se lo avesse incontrato probabilmente non lo avrebbe riconosciuto».

Poi aveva cambiato versione ricordando anche la data dei fatti.

Mancino aveva dichiarato di non aver mai parlato del Ros (Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) e di Ciancimino con l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. Quest'ultimo ha invece affermato di «essersi lamentato con Mancino del comporamento del Ros». Aveva aggiunto che gli sembrava singolare che «ci fossero stati colloqui riservati fra gli ufficiali del Ros e l'ex sindaco di Palermo».

Per Di Matteo, dalle intercettazioni raccolte, fra le quali quella tra Mancino e il magistrato Loris D'Ambrosio, «risulta il tentativo di Mancino di condizionare l'attività giudiziaria scegliendo il collegio dei giudici. Tentativo alimentato e assecondato dal Quirinale».

Non l'unica vicenda contraddittoria evidenziata dall'accusa. Nel 1992, davanti alla Commissione antimafia, Mancino aveva espresso la sua consapevolezza di una spaccatura fra Riina e Provenzano. Aveva spiegato come «ci fosserro due correnti mafiose, la militarista e la trattativista, dialogante a livello locale e non con lo Stato».

Riina e il suo seguito volevano colpire gli uomini delle istituzioni per farsi rispettare, quelli di Provenzano erano invece per una strategia fatta di gesti meno eclatanti.

«L'unica altra fonte ad aver descritto quella situazione – ha evidenziato Di Matteo – era stato Vito Ciancimino» mentre le indagini dell'epoca evidenziavano un'unità di vedute fra Riina e Provenzano.