di Andrea Fantucchio
Dopo un calvario giudiziario, durato diversi anni, l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, può gioire perché la sentenza d’assoluzione, nel processo sulla Trattativa fra Stato e mafia, è diventata definitiva. La Procura di Palermo, infatti, ha deciso di non fare ricorso in Appello (oggi scadevano i termini) contro la sentenza di primo grado. L’ex presidente del Senato era accusato di falsa testimonianza: i pm per lui avevano chiesto la condanna a sei anni di carcere.
Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione i giudici ritenevano le sollecitazioni di Loris D’Ambrosio, allora consigliere del capo di Stato Giorgio Napolitano, una “iniziativa certamente censurabile e inopportuna”. Ma comunque affermavano di non poter considerare Mancino colpevole dei reati a lui ascritti. L’ex presidente del Senato era stato processato con l’accusa di aver detto il falso quando aveva dichiarato che l’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli, non gli aveva mai parlato delle manovre del Ros del generale Mori con Ciancimino
Mancino considerava contatti tra carabinieri e mafia “problematica, in quel momento, secondaria”. Per i magistrati neanche Martelli aveva mentito quando aveva affermato di non ricordare i fatti con completezza. Insomma i due esponenti di Governo avevano avuto delle incomprensioni, ma senza commettere reati.
Lo scorso 20 aprile, in primo grado, il tribunale di Palermo aveva emesso una condanna storica che, per la prima volta in Italia, condannava vertici dello stato e mafiosi. Sono stati inflitti dodici anni di carcere agli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, all’ex senatore e braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcelo Dell’Utri, otto anni all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella.
