di Andrea Fantucchio
Un giro di cocaina che riforniva Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, parte dei soldi finivano nelle casse dei clan: i Mazzarella, con base operativa a Napoli Est, e i Casalesi che dal casertano hanno ramificazioni anche fuori nazione e un patrimonio stimato di centinaia di milioni di euro. Questo almeno è quanto emerge dall’ordinanza di applicazione delle misure cautelari in una inchiesta dell’Antimafia di Napoli, che ha sgominato una associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. Il Procuratore aggiunto, Luigi Frunzio, e il sostituto procuratore, Luigi Landolfi, avevano chiesto settantasette arresti. Il gip ne ha concessi dieci di meno: cinquantotto persone sono finite in carcere e nove ai domiciliari.
Dall’ordinanza – che Ottopagine.it ha avuto modo di visionare – emergono anche i dettagli che riguardano la provincia di Avellino. Quattro erano i gruppi criminali che agivano sul territorio campano, ma spesso collaboravano per rifornirsi di droga. In particolare due di questi avevano base anche in provincia di Avellino e – dal baianese – assicuravano la sostanza stupefacente al capoluogo e ai dintorni. Per gli investigatori ai vertici dei due gruppi che portavano la droga in Irpinia, nell’area Vesuviana, Nolana e Flegrea, c’erano Eduardo Somma, 36 anni, di Castello di Cisterna, e Lorenzo D’Auria, 46 anni, di Pomigliano D’Arco.
L’organizzazione funzionava attraverso i contatti telefonici. I clienti – per gli investigatori - si recavano in zona e poi chiamavano il pusher di riferimento: a quel punto lo spacciatore decideva se recarsi sul luogo della compravendita di persona o “subappaltare” il compito a un collaboratore. Accordo, appuntamento e consegna avvenivano in tempi strettissimi: dieci quindici minuti. Per depistare le indagini e impedire sequestri durante la trattativa. Al massimo, così, si rischiava la denuncia amministrativa se si veniva trovati con poco stupefacente addosso.
Le telefonate erano infarcite di parole in codice: aperitivo, pastiera, sfogliatella, arance, grappa barricata, festa bianca, apparecchiare la tavola, preparare il presepe, gas soporifero, bianchetto e «calzare le scarpe ai bambini», per gli investigatori metafore per indicare la sostanza stupefacente con le relative quantità.
Nelle trattative non mancavano i “pizzini”. A rivelarlo agli inquirenti sono i collaboratori Armando e Pasquale Fava, membri dell'ominimo gruppo criminale che gestiva piazze di spaccio a Santa Maria Capua Vetere. Pasquale – mentre gli mostrano un foglio con nomi e cifre – chiarisce come il primo numero che viene anteposto alle lettere è relativo alle plance di fumo da consegnare a ciascun acquirente. Mentre la parte delle lettere, dopo i numeri, sono i nomi di chi riceveva la droga. Altre cifre servivano a indicare i soldi ricevuti.
Questa inchiesta prende spunto da una precedente indagine che – a gennaio 2016 – aveva portato il gip, Isabella Iaselli, a firmare l'esecuzione di 20 misure cautelari. Persone coinvolte – per l’antimafia – in un vasto traffico di cocaina.
Fra gli irpini coinvolti in questa inchiesta, la maggior parte dei quali risiedono nel napoletano, troviamo diversi presunti “corrieri” o venditori al dettaglio: Sandro Auriemma, 29 anni, Biagio De Vattimo, 34 anni, Roberto Rea, 30 anni, Gavino Guadagno, 27 anni, e Riccardo Vita, 44 anni. Nei prossimi giorni loro e gli altri indagati saranno interrogati dal gip e, se non rimarranno in silenzio, potranno provare a chiarire la propria posizione.
