«Lo Stato trattava con Cutolo intanto De Mita attaccava Alemi»

Il magistrato che denunciò la trattativa fra politici, brigate rosse e Camorra.

Avellino.  

 

di Andrea Fantucchio 

«Il caso Cirillo, in quegli anni, ha insegnato che un giudice, che fa il suo dovere, viene attaccato da tutti. A partire da quei servizi segreti e quei politici che trattavano con le Brigate rosse e il boss della camorra, Raffaele Cutolo». Spiega Carlo Alemi, il magistrato che ha indagato sul rapimento e la successiva liberazione di Ciro Cirillo, negli anni '80 assessore regionale democristiano ai Lavori Pubblici. Un commando delle brigate rosse – nell'aprile del 1981 – dopo aver ucciso un agente della scorta di Cirilo – rapì il ministro. Però, qualche mese dopo, l'ostaggio fu misteriosamente rilasciato. Nessun caso Moro bis. Il perché lo spiega proprio Alemi, oggi al carcere borbonico di Avellino per presentare il suo libro: «Il caso Cirillo. La trattativa Stato-Br-Camorra». 

«Nel caso Moro nessuno ha voluto trattare con la criminalità organizzata. Come è invece accaduto con Cirillo. Dove pezzi dello Stato hanno deciso di sedersi a trattare con il capo della Nco, Raffaele Cutolo, e le brigate Rosse. Il ministro serviva vivo al partito di maggioranza».

Un contesto che richiama – inevitabilmente – gli intrecci fra Governo, forze dell'ordine e criminalità organizzata, emersi nella sentenza di primo grado sulla trattativa Stato Mafia. Eppure anni prima, proprio Alemi, parlava già di una trattativa tra “pezzi” dello Stato e la camorra. Un giudice che fu definito «un magistrato fuori dal circuito costituzionale». Un pericolo da osteggiare attraverso provvedimenti penali e amministrativi, oltre che con una campagna del fango: alla ricerca – come ricorda lo stesso autore del libro – dei retroscena più sordidi, a partire dagli scandali sessuali, un «must» per abbattere personaggi scomodi.

Alemi – in quegli anni – divenne bersaglio dei vertici dello Stato, a cominciare dal presidente del consiglio, Ciriaco De Mita, che in Senato dirà: «L'opinione e il sospetto di un giudice non possono bastare a scompaginare il Governo. Un magistrato che agisce fuori dalle norme del circuito costituzionale». Lo ha ricordato, con la consueta puntualità, il collega de Il Fatto Quotidiano e moderatore della presentazione, Enrico Fierro. Prima di lasciare spazio al procuratore capo di Avellino, Rosario Cantelmo. Cresciuto nel mito di Alemi. L'abbraccio fra i due magistrati – prima del convegno – è emblematico di una straordinaria stima reciproca.

«Sono solo un pubblico ministero – ha esordito Cantelmo - che, ogni giorno, si sporca le mani con il fango sociale. Raccoglie, come si dice a Napoli, i morti da terra. Non ho mai presentato un libro, eccetto che per un amico, il procuratore Lepore, sono perciò emozionato». Ha ricostruito il calvario umano e giudiziario vissuto da Alemi, uomo delle istituzioni. Mai una parola sopra le righe, pronto a far valere le proprie ragioni solo nelle sedi competenti, proprio quelle della giustizia.

«Napoli e la Campania – ha ricordato Cantelmo - nel 1981 erano una terra senza legge: oltre mille morti all’anno, uno al giorno. Una guerra di camorra. Quando il parente di un detenuto moriva per strada, ammazzato, il direttore del carcere chiedeva: “Tu da che parti stai?”». E anche i penitenziari erano terra di nessuno. Dove i detenuti potevano ammazzarsi con armi fatte entrare dalle guardie. Cantelmo ha estrapolato un passaggio emblematico del libro di Alemi.

«Il carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno era diventato un porto di mare: entravano politici, camorristi, rappresentanti dei servizi segreti e perfino dei latitanti che incontravano, liberamente, i capoclan. Fu consentito a Cutolo, in totale violazione di tutte le norme, di incontrare i suoi familiari più stretti. E poi, perfino, due suoi luogotenenti. Gli fu concesso di uscire temporaneamente dal carcere e, nella strada verso la sede di un processo, di visitare la sua casa di Ottaiano. Eppure è Alemi che viene definito «un magistrato fuori dal circuito istituzionale». In questo macello di latitanti e pezzi delle istituzioni che si incontravano in un carcere di massima sicurezza».

Mentre Cutolo faceva ammazzare il vicedirettore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, perché mesi prima gli aveva mancato di rispetto realizzando, di persona, una perquisizione personale al capo della Nco. Ma è il rapporto fra istituzioni e criminalità organizzata a rappresentare il filo rosso del libro di Alemi. Un cortocircuito del sistema istituzionale che può ripetersi.

«La gente – conferma Cantelmo – ha votato un politico che in un processo, legato a quanto fatto emergere dal collega Alemi, aveva riconosciuto di aver usufruito dell'aiuto di un camorrista della famiglia Alfieri. Un omicida che avrebbe dovuto agevolare la sua candidatura. Eppure, ripeto, c'è chi l'ha votato. Siamo stati noi cittadini ad averlo fatto». Premiando quell'Antistato che spesso si innesta – senza un confine marcato – nella quotidianità di tanti contesti sociali. Come nelle periferie napoletane dove, come ricordato da Cantelmo, «intorno a una piazza di spaccio si crea una filiera della criminalità che coinvolge interi quartieri: non solo i pusher, ma anchei corrieri  e le vedette». In queste sacche di disperazione la criminalità crea il suo «mondo altro», dove disoccupazione e miseria non esistono: è così che tanti disperati vengono assoldati dalla malavita. Soprattutto quando nello Stato non c'è nessuno che sappia rispondere alle loro esigenze. E, anzi, spesso si siede a trattare con camorra e mafia, scrivendo accordi col sangue, quello di vittime innocenti come il capo della Mobile, Antonio Ammaturo. «Uno sbirro che – come ricordato da Alemi – faceva solo il proprio dovere e per questo è stato ammazzato».