Così il clan Partenio trattava con i terroristi

Le rivelazioni del pentito e i rapporti con l'Eta. Armi da guerra in cambio di droga.

Un intrigo internazionale, ma pochi riscontri. Una pagina oscura della criminalità irpina finita anche nelle pagine di Gomorra.

Avellino.  

 

di Luciano Trapanese

Quella volta che il clan Partenio voleva fare business con l'Eta, il gruppo dei separatisti baschi. La droga a me, le armi da guerra a te. Una storia che è entrata anche in Gomorra di Roberto Saviano. Una storia che non ha mai trovato riscontri. Ma che – a suo modo - è appassionante come un noir. Quasi un intrigo internazionale. Tra terroristi, camorristi, pentiti, servizi segreti deviati, ex ufficiali in orbita sovietica. E che disegna – comunque – il quadro entro il quale si muovevano personaggi ritenuti vicini al gruppo camorristico dei cugini Genovese.

Un passo indietro. Solo per ricordare cos'era e cosa ha rappresentato per la provincia di Avellino il clan Partenio. La prima cosca indigena. Composta da personaggi nati e cresciuti tra il capoluogo irpino e l'immediato hinterland (da Ospedaletto d'Alpinolo a Serino). I leader del gruppo sono Amedeo Genovese e suo cugino Modestino. Due esponenti di antico e riconosciuto spessore criminale. Il referente nel Serinese è Antonio Masucci. Accanto a loro numerosi pregiudicati della zona, emergenti della malavita locale ed elementi in grado di assicurare rapporti con il traffico internazionale di droga e legami diretti con altri clan della camorra campana (Felice Bonetti, Carmine Taccone, Roberto Iannuzzi e Adolfo Palinuro).

Il gruppo nasce sul finire del millennio. Anni di fuoco. Di omicidi, bombe e pestaggi. La sua breve e sanguinosa storia si conclude poco dopo il duemila. Con una maxi retata e le dichiarazioni di numerosi pentiti. Tra tutti Raffaele Spiniello, uno dei più spietati killer del gruppo. Ed è proprio lui a raccontare di quella volta con l'Eta.

E' ottobre, a Milano. Un ristorante di lusso. Insieme a Raffaele Spiniello c'è Carmine Taccone, da anni residente nella città meneghina e punto di riferimento per il traffico di droga. Con loro una donna misteriosa quanto affascinante. Il collaboratore di giustizia la descrive nei dettagli: alta, bruna, decisa. Non ricorda bene il nome: Maria o Lucia. E sarebbe una esponente di primo piano dell'Eta, il gruppo terrorista basco. E' stato – nel racconto di Spiniello – Felice Bonetti a organizzare l'incontro.

Bonetti vive tra il Sudamerica e la sua Montemarano. Sposato con una donna brasiliana. All'epoca è considerato uno dei più grossi importatori di cocaina. In affari non solo con il clan Partenio, ma anche con i gruppi della camorra vesuviana e della mafia: i Tamarisco, i Vangone, i Fransuà, i Valentini. Tutta gente che ha anche stretti legami proprio con la Spagna, dove vivono – e saranno arrestati – gli avellinesi Roberto Iannuzzi e Adolfo Palinuro, pezzi da novanta del crimine irpino.

Ma cosa hanno da dirsi una terrorista dell'Eta, un trafficante di droga e un camorrista irpino? Si parla di affari, naturalmente. Ai baschi servono armi. Ma non pistole o kalashnikov. Quelle al massimo le usano i rapinatori o i ragazzini durante le stese tra le strade di Napoli. A loro interessano lanciamissili, bombe e dinamite. Roba pesante. Armi da guerra. I due camorristi si dicono in grado di assicurare quella merce. In cambio vogliono droga. Cocaina in particolare.

Ma quell'arsenale, da dove arriva? Sarebbe stato Felice Bonetti a trovare l'aggancio. Anche su questo punto Raffaele Spiniello è prodigo di dettagli. Ma non di nomi. Il trait d'union, l'uomo in grado di assicurare la fornitura, sarebbe stato un maggiore o un tenente dell'esercito ceco. Il pentito ricorda che era altissimo, ed aveva contatti in Turchia per importare l'eroina proveniente dall'Afghanistan, e con il Pakistan e l'Uzbekistan, da dove sarebbero invece arrivate le armi.

L'affare si conclude. Ma i componenti del clan vogliono prima vedere la droga. Arriva a Milano qualche settimana dopo. In una macchina. A bordo due ragazze dell'Eta. Sedici pacchetti di cocaina da mezzo chilo. E' Carmine Taccone ad assaggiare la roba. Informa i capi a Mercogliano. Non è contento. La coca è di pessima qualità, e non adatta al mercato italiano. Viene chiesta una spiegazione all'affascinante terrorista: si era trattata di una spedizione di prova. L'Eta voleva verificare il comportamento dei clienti avellinesi prima di dare il là definitivo allo scambio.

E così si parte. Le armi vengono consegnate ai baschi un mese dopo l'arrivo della droga. La cocaina arriva via mare. Viaggia in fusti galleggianti attaccati sotto le imbarcazioni che approdano a Genova. In caso di imprevisti, i bidoni vengono sganciati in acqua e recuperati successivamente.

Sarebbe un business imponente. E che segnala la capacità del clan irpino di muoversi a livello internazionale. Spiniello sarà interrogato anche dagli inquirenti di Madrid. Mentre si fanno ipotesi sulla misteriosa donna basca. Per gli spagnoli potrebbe essere una 54enne irreperibile dal 1987. Nome di battaglia “Itxasa”.

Una storia affascinante. Ma piena di ombre. All'epoca contattammo i colleghi di “El Pais” per saperne di più. Erano sconcertati più di noi. Soprattutto per un motivo: l'Eta non aveva mai trattato droga. I magistrati iberici arrivarono alla stessa conclusione. Anche perché non è mai stato trovato alcun riscontro alle rivelazioni di Spiniello. Resta però la suggestione di quella storia. E una domanda senza risposta: il pentito ha inventato tutto o semplicemente non si è mai riusciti a fare luce su quell'accordo?