«Conosco una teoria. La maggior parte delle persone che decide di buttarsi, appena si stacca dal bordo, realizza di non voler morire. Che il problema non era la vita. Era il dolore. Dicono che succeda in sette secondi. Non so se sia vero. Però noi quei sette secondi li abbiamo già attraversati, insieme. Senza cadere».
Sette secondi non sono una misura clinica. Non esiste un cronometro universale capace di stabilire quanto duri il passaggio tra la volontà di scomparire e il desiderio di essere salvati. In quella frase, però, c’è una verità che la medicina e l’esperienza di chi lavora nella prevenzione conoscono bene: la crisi suicidaria non è sempre una decisione lineare, definitiva, priva di esitazioni. Spesso contiene un conflitto profondo tra il bisogno di interrompere una sofferenza diventata intollerabile e una parte della persona che continua, anche debolmente, a cercare un’alternativa.
È dentro questo spazio fragile che si muove “Precipitevolissimevolmente”, lo spettacolo portato in scena nell’Abbazia del Goleto, a Sant’Angelo dei Lombardi, dalla compagnia Puck Teatré, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze dell’Asl Avellino. Un lavoro inserito nella seconda edizione di Umani, Festival dell’inclusione e delle differenze, la rassegna che riunisce istituzioni, servizi sanitari, associazioni e realtà sociali dell’Alta Irpinia.
Il confine non è tra chi vuole vivere e chi vuole morire
La scena conduce quattro persone sulla terrazza di un edificio di periferia. Arrivano nello stesso luogo spinte da storie differenti, ma accomunate dalla convinzione di non avere più vie d’uscita. Il tetto diventa una frontiera fisica e interiore. Da una parte c’è il dolore vissuto come eterno, dall’altra un futuro che in quel momento non riesce più a essere immaginato.
Il punto di svolta non è un discorso risolutivo. Non arriva il personaggio che conosce la frase perfetta, né una guarigione improvvisa. Accade qualcosa di più ordinario e, proprio per questo, più credibile: quelle solitudini sono costrette a incontrarsi. Le persone parlano, si interrompono, si osservano. Per qualche istante smettono di essere soltanto il proprio dolore e diventano testimoni del dolore altrui.
È questa la forza del riadattamento teatrale di “A Long Way Down” di Nick Hornby, diretto da Jessica Anna Festa e interpretato da Christian Ciano, Martha Festa, Mariachiara Giordano e Alberto Tortora. La terrazza non rappresenta soltanto il luogo dell’estremo. È il luogo in cui una decisione apparentemente chiusa viene rimessa in movimento dalla presenza degli altri. Le musiche di Claudio Lombardini e Bruno Santo accompagnano questo passaggio senza trasformare la sofferenza in spettacolo, ma lasciando emergere esitazioni, silenzi e possibilità.
L’Organizzazione mondiale della sanità riconosce che molte persone attraversate da comportamenti suicidari sperimentano un’ambivalenza tra il vivere e il morire. Le crisi possono inoltre intensificarsi in risposta a eventi acuti. Creare distanza dal pericolo, guadagnare tempo e rendere accessibile un aiuto può permettere alla fase più violenta della crisi di attenuarsi. È il fondamento delle strategie che limitano l’accesso ai mezzi letali: non una sottrazione di libertà, ma tempo restituito alla possibilità di cambiare direzione.
I sette secondi dello spettacolo, dunque, non appartengono alla statistica. Appartengono alla responsabilità. Indicano il tempo che una relazione, un servizio sanitario, una comunità o anche una sola presenza possono provare a proteggere.
Quando il dolore non fa rumore
La frase che accompagna l’iniziativa, «a volte il dolore non fa rumore», coglie una delle difficoltà principali della prevenzione. La sofferenza psichica non ha un volto unico. Può manifestarsi con un isolamento evidente, ma può anche convivere con il lavoro, con la cura della famiglia, con una vita sociale apparentemente intatta. Il sorriso non dimostra che tutto vada bene, così come il silenzio non consente automaticamente di capire ciò che una persona sta vivendo.
Il suicidio non può essere ricondotto a un’unica causa. Disturbi depressivi, dipendenze, precedenti tentativi e altre condizioni cliniche possono aumentare il rischio, ma nella storia di una persona possono pesare anche lutti, solitudine, discriminazione, violenza, dolore cronico, malattia, separazioni, perdita del lavoro o difficoltà economiche. L’Oms stima che nel mondo oltre 720 mila persone muoiano ogni anno per suicidio e indica il fenomeno come la terza causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni.
Ridurre tutto alla depressione sarebbe inesatto. Ridurlo alla debolezza sarebbe crudele. Parlare di una scelta completamente libera ignorerebbe quanto la sofferenza possa restringere il campo visivo, deformare la percezione del futuro e convincere una persona di essere un peso per gli altri.
Quando ogni possibilità appare cancellata, la morte può essere immaginata non tanto come un desiderio positivo, quanto come l’unico modo rimasto per fermare il dolore. La prevenzione comincia dal riconoscimento di questa differenza. Non si tratta di discutere filosoficamente il valore della vita con chi è in crisi, ma di ridurre la sofferenza, mettere in sicurezza la persona e costruire alternative concrete.
Ascoltare non significa aspettare le parole giuste
Uno dei timori più diffusi è quello di peggiorare la situazione nominando apertamente il suicidio. La ricerca non conferma questa paura. Chiedere in modo diretto e rispettoso a una persona se stia pensando di togliersi la vita non aumenta i pensieri o i comportamenti suicidari. Può, al contrario, aprire una conversazione che fino a quel momento non aveva trovato spazio.
Ascoltare, tuttavia, non significa improvvisarsi terapeuti. Una persona vicina può riconoscere un cambiamento, porre una domanda, restare accanto, accompagnare verso un servizio. Non può assumersi da sola la responsabilità di prevedere o impedire ogni gesto. Trasformare familiari e amici in investigatori dei segnali rischierebbe di produrre soltanto paura e, dopo una morte, un senso di colpa insostenibile.
La prevenzione efficace richiede una rete. Il Centro di Salute Mentale rappresenta nel sistema sanitario italiano il principale riferimento territoriale per le persone con disagio psichico e coordina gli interventi con gli altri servizi. Ma la rete comprende anche medici di medicina generale, pronto soccorso, servizi per le dipendenze, scuola, realtà sociali, luoghi di lavoro e associazioni.
Il passaggio decisivo non è soltanto intercettare la crisi. È non perdere la persona dopo il primo contatto. Gli studi sui cosiddetti caring contacts, brevi messaggi di attenzione inviati dopo una dimissione o una fase critica, mostrano il valore potenziale di una continuità relazionale che non pretende nulla e comunica semplicemente: non sei stato dimenticato. Le evidenze non autorizzano formule miracolistiche, ma indicano che il seguito della cura non è un dettaglio amministrativo. In alcuni studi, un contatto sistematico è stato associato a una riduzione dei suicidi nei primi anni successivi alla crisi.
Il teatro come porta d’ingresso alla cura
Il teatro non sostituisce uno psichiatra, uno psicologo, un infermiere o un percorso terapeutico. Può però compiere un’operazione che ai servizi sanitari, da soli, riesce più difficilmente: portare il tema fuori dagli ambulatori e restituirlo alla comunità.
Nell’Abbazia del Goleto, luogo attraversato dalla storia e dalla ricostruzione, il dolore è uscito dalla dimensione privata. Non è stato trattato come una colpa individuale né come un incidente incomprensibile. È diventato una questione pubblica, raccontata attraverso corpi, voci e relazioni.
Questa scelta è particolarmente significativa nelle aree interne, dove le distanze non sono soltanto geografiche. Esistono territori nei quali raggiungere un servizio richiede tempo, mobilità e informazioni. Esistono piccoli centri nei quali il timore di essere riconosciuti può rendere più difficile chiedere aiuto. Esistono famiglie che continuano a leggere il disturbo mentale come una vergogna da nascondere.
Portare la salute mentale in un festival dedicato all’inclusione significa affermare che la cura non comincia quando una persona entra in ospedale. Comincia quando una comunità costruisce un linguaggio che permetta di dire «sto male» senza essere giudicati, ridicolizzati o ridotti a una diagnosi.
Attraversare insieme il tempo della crisi
Il messaggio più profondo di “Precipitevolissimevolmente” non è che una conversazione basti sempre a salvare una vita. Sarebbe una semplificazione ingiusta verso chi soffre e verso chi ha perso qualcuno. Il messaggio è che nessuna crisi deve essere affrontata nell’isolamento e che l’esistenza di cure, relazioni e servizi deve diventare percepibile proprio quando la mente non riesce più a vederla.
I sette secondi diventano allora il simbolo di ogni intervallo sottratto all’irreversibile. Possono durare una notte, una telefonata, un ricovero, mesi di terapia. Possono essere il tempo in cui la persona non riesce ancora a scegliere la vita, ma accetta che qualcuno la custodisca insieme a lei.
«Noi quei sette secondi li abbiamo già attraversati, insieme. Senza cadere» non è una promessa assoluta. È un patto. Ricorda che il contrario della caduta non è l’eroismo individuale. È una comunità capace di arrivare sul bordo prima che il dolore diventi l’unica voce rimasta.
Nota di servizio
Chi sente di essere in pericolo immediato non dovrebbe restare solo. È importante raggiungere una persona fidata e rivolgersi subito ai servizi di emergenza, al pronto soccorso o a un servizio sanitario territoriale.
