Giornata diocesana del Malato
Celebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Barbara, accoglienza calorosa da parte della gente, fraternità, preghiera, canti e testimonianze. A fare gli onori di casa il parroco Don Ottone Morra nonché cappellano dell’Ospedale Frangipane. Croce Rossa, Unitalsi di Grottaminarda, Silenziosi Operai della Croce di Valleluogo. Operatori ed ammalati. Un pomeriggio vissuto tra gioia, solidarietà e profondo spirito caritatevole.
Uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, Don Antonio Surdi relaziona sulle cinque parole per un nuovo umanesimo in Gesù Cristo, traccia Firenze 2015.
Diocesi Firenze la traccia:
Uscire
Dalla Traccia: Il rischio di un’inerzia strutturale, della semplice ripetizione di ciò cui siamo abituati e? sempre in agguato. Gli obiettivi per le azioni delle nostre comunità non possono essere predeterminati o delegati alle tante istituzioni create al servizio della pastorale. Piuttosto, devono essere il frutto di un discernimento dei desideri dell’uomo operato dalle medesime comunità e dell’impegno per farli germinare. Liberare le nostre strutture dal peso di un futuro che abbiamo già scritto, per aprirle all’ascolto delle parole dei contemporanei, che risuonano anche nei nostri cuori: questo e? l’esercizio che vorremmo compiere al Convegno di Firenze. ?dove notate che in realtà il tema dell'uscita nella traccia è molto connesso al tema dell'ascolto e in fondo, se non si ascolta non si esce mai ? Vocazione di Abram Genesi 12 Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». ? Non c'è in realtà uscita e soprattutto vorrei dire, non può esserci uscita se non è premessa l'esperienza dell'ascolto della parola che dà forma e direzione alla nostra esistenza, al nostro cuore, al nostro agire. Anamorphè, dice un detto dei Padri, è senza forma il monaco che non fa lectio divina. E ancora: La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Dove c'è ancora una volta la tentazione del rinchiudersi per paura, per poca fede, l'irrompere del Signore Gesù apre tutto e ci rende tutti, e soprattutto ovviamente chi è chiamato a rimettere i peccati, strumento della misericordia del Padre e della sua gioia e della gioia che essa dona ai nostri cuori. Ancora dalla Traccia: Il tema del Convegno e? stato percepito come cruciale e insieme problematico. Per evitare il rischio di teorie prescrittive e astratte, la raccomandazione condivisa e? di partire dall’ascolto del vissuto: una via, questa, capace di riconoscere la bellezza dell’umano “in atto”, pur senza ignorarne i limiti. Un umanesimo, perciò, consapevole sia dell’inadeguatezza delle forze («abbiamo solo cinque pani», come si legge nei vangeli) sia del “di più” di umanità che si sprigiona dalla fede e dalla condivisione. «In ascolto» non vuol dire, infatti, appiattito sul dato di fatto, in apparenza liberante ma in realtà foriero di nuove e più cogenti schiavitù. Esemplari suonano le parole della poetessa e filosofa Maria Zambrano: «L’umanesimo di oggi normalmente e? l’esaltazione di una certa idea dell’uomo, che neanche si presenta come idea, bensì come semplice realtà: la realtà dell’uomo, senza che rinunci piu? alla sua limitazione; l’accettazione di sè come schietta realtà psicologico?biologica; il suo rafforzamento in una cosa che ha alcuni bisogni determinati, giustificati e giustificabili. Di nuovo l’uomo si e? incatenato alla necessita?, e adesso per di piu? per decisione propria e in nome della liberta?» (Frammento sull’amore). Ascoltare l’umano significa, dunque, vedere la bellezza di cio? che c’e?, nella speranza di cio? che ancora puo? venire, consapevoli che si puo? solo ricevere.
Annunciare
Annunciare è un verbo decisivo dell'esperienza cristiana, non si comunica la fede se non annunciamo, quello che noi abbiamo già a nostra volta ascoltato e creduto. Traccia: La gente ha bisogno di parole e gesti che, partendo da noi, indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio. La fede genera una testimonianza annunciata non meno di una testimonianza vissuta. Con il suo personale tratto papa Francesco mostra la forza e l’agilita? di questa forma e di questo stile testimoniali: quante immagini e metafore provenienti dal Vangelo egli riesce a comunicare, soddisfacendo la ricerca di senso, accendendo la riflessione e l’autocritica che apre alla conversione, animando una denuncia che non produce violenza ma permette di comprendere la verita? delle cose. Le nostre Chiese sono impegnate da decenni in un processo di riforma dei percorsi di iniziazione e di educazione alla fede cristiana. Il Convegno di Firenze e? il luogo in cui verificare quanto abbiamo rinnovato l’annuncio – con forme di nuova evangelizzazione e di primo annuncio; come abbiamo articolato la proposta della fede in un contesto pluriculturale e plurireligioso come l’attuale. Occorrono intuizioni e idee per prendere la parola in una cultura mediatica e digitale che spesso diviene tanto autoreferenziale da svuotare di senso anche le parole piu? dense di significato, come lo stesso termine “Dio”. Il primo capitolo di Giovanni è di evidente e definitiva chiarezza e fondatezza: Giovanni 1 ? Capitolo 1 Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta. E' bellissimo no tutto questo? Se non c'è comunicazione, trasmissione di questa esperienza che la comunità apostolica assicura attraverso la successione apostolica, attraverso tutta la Chiesa, anche a noi, anche attraverso l'annuncio, soprattutto attraverso l'annuncio e questo annuncio se non ci rende anche noi aperti agli altri segnala mancanza di comunione, non esiste Chiesa, che è un dono che il Signore ci fa e di fatto non esiste gioia. Quindi l'annuncio è davvero questa esperienza contagiosa per cui dobbiamo rendere a parte tutti della buona notizia che ci ha tolto dalla disperazione. Ancora dalla Traccia: Il tenore interrogativo con cui questa traccia si conclude non e? casuale: in vista del Convegno ecclesiale nazionale vogliamo stimolare, infatti, una comune presa di coscienza riguardo al senso dell’umano. Il Vangelo si diffonde se gli annunciatori si convertono. Perciò mettiamoci in questione in prima persona: verifichiamo la nostra capacità di lasciarci interpellare dall’esser?uomo di Cristo Gesù, facciamo i conti con la nostra distanza da lui, apriamo gli occhi sulle nostre lentezze nel prenderci cura di tutti e in particolare dei «piu? piccoli» di cui parla il Vangelo (cf. Mt 25,40.45), ridestiamoci dal torpore spirituale che allenta il ritmo del nostro dialogo col Padre, precludendoci cos?? una fondamentale esperienza filiale che sola ci abilita a vivere una nuova fraternita? con gli uomini e le donne d’ogni angolo della terra e ad annunciare la bellezza del vangelo. Evangelii Gaudium 30. Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del suo Vescovo, e? anch’essa chiamata alla conversione missionaria. La sua gioia di comunicare Gesu? Cristo si esprime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi piu? bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio?culturali. Si impegna a stare sempre l?? dove maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto.[33] Affinche? questo impulso missionario sia sempre piu? intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma.
Abitare
Ho scelto un brano evangelico che abbiamo ascoltato anche di recente nella liturgia dal Vangelo di Giovanni: 1 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. [38]Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. In realtà la Traccia ci porterebbe ad una interpretazione se si vuole un poco più sociologica, essa saluta, come tutti noi salutiamo, la grazia di una Chiesa in Italia che davvero dimora nelle nostre strade, tra la nostra gente ancora con una capillarità per fortuna abbastanza ricca e intensa, nonostante ci sia ovviamente penuria di ministri però ecco, questo è un dato essenziale e nell'abitare si saluta e si sottolinea appunto questa dimensione di contiguità, di prossimità con tutta quella strada abitata dalle nuove grandi povertà. In fondo di tutte le cinque vie abitare è quello più segnato dal magistero di Papa Francesco sulla povertà. Io ho voluto, non provocatoriamente ovviamente, ma in modo semmai un poco complementare mettere questo verbo abitare che ha una radice invece molto più, come dire, teologica e misteriosa, l'abitare di Gesù è in fondo, io credo lo stare davanti al Padre, verso il Padre dove ha inizio e sorgente tutto, ma d'altra parte le due cose ovviamente non si separano mai per quella tensione unitiva, magari ellittica, non una circonferenza, una ellissi con due fuochi di cui si parlava prima. Evangelii Gaudium 71. La nuova Gerusalemme, la Città santa (cfr Ap 21,2?4), è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso. EG 72. Molto bello il tutto: qui si rovescia un po' la questione, è Dio che abita la città, non si nasconde in essa, ma noi lo dobbiamo ugualmente cercare, in una prospettiva che voi capite è molto cara a chi, come me, ha la fortuna di contemplare tanto il Cristo Pantokrator nel mosaico, quanto la città, giù ai suoi piedi. San Basilio voleva i suoi monasteri vicino alla città perché diceva, solo lì si vede il Cristo sofferente che mette in gioco il comandamento dell'amore. Altrimenti amo Dio, ma il prossimo? Nella città, l’aspetto religioso è mediato da diversi stili di vita, da costumi associati a un senso del tempo, del territorio e delle relazioni che differisce dallo stile delle popolazioni rurali. Nella vita di ogni giorno i cittadini molte volte lottano per sopravvivere e, in questa lotta, si cela un senso profondo dell’esistenza che di solito implica anche un profondo senso religioso. Dobbiamo contemplarlo per ottenere un dialogo come quello che il Signore realizzò con la Samaritana, presso il pozzo, dove lei cercava di saziare la sua sete (cfr Gv 4,7?26). Dalla Traccia: Occorre allora un tenace impegno per continuare a essere una Chiesa di popolo nelle trasformazioni demografiche, sociali e culturali che il Paese attraversa (con la fatica a generare e a educare i figli; con un’immigrazione massiva che produce importanti metamorfosi al tessuto sociale; con una trasformazione degli stili di vita che ci allontana dalla condivisione con i poveri e indebolisce i legami sociali). L’impegno, dunque, non consiste principalmente nel moltiplicare azioni o programmi di promozione e assistenza; lo Spirito non accende un eccesso di attivismo, ma un’attenzione rivolta al fratello, «considerandolo come un’unica cosa con se stesso». Non aggiungendo qualche gesto di attenzione, ma ripensando insieme, se occorre, i nostri stessi modelli dell’abitare, del trascorrere il tempo libero, del festeggiare, del condividere. Quando è amato, il povero «è considerato di grande valore»; questo differenzia l’opzione per i poveri da qualunque strumentalizzazione personale o politica, così come da un’attenzione sporadica e marginale, per tacitare la coscienza. «Se non lo hai toccato, non lo hai incontrato», ha detto del povero Papa Francesco. Senza l’opzione preferenziale per i più poveri, «l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone» (Evangelii gaudium 199). In questo quadro, l’invito a essere una Chiesa povera e per i poveri assurge al ruolo d’indicazione programmatica.
Educare
Dalla Traccia Il primato della relazione, il recupero del ruolo fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità della persona umana, ?vedete, mi piace dirlo, con che consapevolezza anche di scienze umane la Chiesa sa parlare, proponendo una visione alta dell'uomo in tutte le sue sfaccettature? la necessità di ripensare i percorsi pedagogici come pure la formazione degli adulti, divengono oggi priorità ineludibili. È vero che le tradizionali agenzie educative (famiglia e scuola), si sentono indebolite e in profonda trasformazione. Ma è anche vero che esse non sono solo un problema ma una risorsa, e che già si vedono iniziative capaci di realizzare nuove alleanze educative: famiglie che sostengono famiglie più fragili,?qui ci sono gli amici della associazione “cinque pani e due pesci” che ho conosciuto e che fanno una esperienza bellissima in questo senso? famiglie che attivamente sostengono la scuola offrendo tempo ed energie a sostegno degli insegnanti per trasformare la scuola in un luogo di incontro; ambiti della pastorale che ridefiniscono e rendono meno rigidi i propri confini e così via. Il nuovo scenario chiede la ricostruzione delle grammatiche educative, ma anche la capacità di immaginare nuove ‘sintassi’,nuove forme di alleanza che superino una frammentazione ormai insostenibile e consentano di unire le forze, per educare all’unità della persona e della famiglia umana. In questo senso l’educazione occupa uno spazio centrale nella nostra riflessione sull’umano e sul nuovo umanesimo. Il prossimo Convegno ci impegna non soltanto nella comprensione attenta delle ricadute di queste trasformazioni sulla nostra identità personale ed ecclesiale (la nozione di vita umana, la configurazione della famiglia e il senso del generare, il rapporto tra le generazioni e il senso della tradizione, il rapporto con l’ambiente e l’utilizzo delle risorse d’ogni tipo, il bene comune, l’economia e la finanza, il lavoro e la produzione, la politica e il diritto), ma anche sulle loro interconnessioni. Educare è un’arte: occorre che ognuno di noi, immerso in questo contesto in trasformazione, l’apprenda nuovamente, ricercando la sapienza che ci consente di vivere in quella pace tra noi e con il creato che non è solo assenza di conflitti, ma tessitura di relazioni profonde e libere. Vi ricordo ancora una volta che tutto l'umanesimo nasce e si gioca come questione educativa. La lettera di San Paolo a Tito ci ricorda chi sia il nostro educatore, non è altro che il Signore Gesù: San Paolo a Tito 2 [11]E' apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, [12]che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, [13]nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; [14]il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone. Vi ho riportato anche la trattazione sull'educazione fortemente debitrice dei discorsi di Papa Benedetto all'assemblea della CEI che, come tutti sapete, aveva intravisto nell'educazione il tema dei suoi orientamenti pastorali per il presente decennio, e anche le riflessioni della stessa CEI, “Educare alla vita buona del Vangelo”, dove vi è tutta una attenzione fortissima alla emergenza educativa come falsa autonomia dell'io, una visione ancora una volta deleteria dell'umanesimo dove Dio si ritiene dispensato e dispensabile dalla educazione, perché in fondo l’uomo il suo sapere se lo guadagna da solo. Questa è una prospettiva che significa rottura delle relazioni, cattiva qualità dello stare insieme, del passaggio generazionale dove invece tutto è in gioco in rapporto al fatto di scoprirci io, tu, noi. Se non c'è questa prospettiva, sostenuta dalla speranza, non possiamo pensare di educare nessuno. Invito al Convegno La modernità – con i suoi proclami sulla morte di Dio, le sue antropologie pervase da volontà di potenza, le sue conquiste e le sue sfide – ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento cieco del creato che mette a repentaglio i suoi equilibri. È tempo di affrontare tale crisi antropologica con la proposta di un umanesimo profondamente radicato nell’orizzonte di una visione cristiana dell’uomo – della sua origine creaturale e della sua destinazione finale – ricavata dal messaggio biblico e dalla tradizione ecclesiale, e per questo capace di dialogare col mondo. Tale relazione non può prescindere dai linguaggi dell’oggi, compreso quello della tecnica e della comunicazione sociale, ma li integra con quelli dell’arte, della bellezza e della liturgia. Perché questo dialogo col mondo sia possibile dobbiamo affrontare insieme quella che gli Orientamenti pastorali definiscono una vera e propria «emergenza educativa», «il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”» (Educare alla vita buona del Vangelo 9). Il tu e il noi – gli altri – nell’epoca in cui viviamo sono spesso avvertiti come una minaccia per l’integrità dell’io. La difficoltà di vivere l’alterità emerge dalla frammentazione della persona, dalla perdita di tanti riferimenti comuni e da una crescente incomunicabilità.
Trasfigurare
Infine il verbo Trasfigurare dove appunto, a conclusione delle cinque vie molto opportunamente, come fosse una sorta di culmen, ma anche di altrettanta fons l'esperienza della trasfigurazione annessa alla vita sacramentale liturgica conferisce al nostro incamminarci verso l'uomo nuovo tutta quella dimensione non esclusivamente soprannaturale, ma direi quella capacità che ci ricorda il primato dell'agire di Cristo che con la forza dello Spirito Santo è davvero soggetto che sta in ogni nostro percorso, in ogni nostra azione, in ogni nostro celebrare, di Chiesa. Nella prospettiva appunto in cui non siamo a tenere viva, come dice la traccia, la memoria di un eroe, ma al contrario lo Spirito Santo ci ispira nel presente e in questo senso la celebrazione liturgica di tutti i Sacramenti rende concreta questa esperienza davvero trasfigurante. È la vita sacramentale e di preghiera che ci permette di esprimere quel semper maior di Dio nell’uomo descritto sopra. La via dell’umano inaugurata e scoperta in Cristo Gesù intende non soltanto imitare le sue gesta e celebrare la sua vittoria, quasi a mantenere la memoria di un eroe, pur sempre relegato in un’epoca, ormai lontana. La via della pienezza umana mantiene in lui il compimento, perché prosegue la sua stessa opera, nella convinzione che lo Spirito che lo guidò è in azione ancora nella nostra storia, per aiutarci a essere già qui uomini e donne come il Padre ci ha immaginato e voluto nella creazione... Questo è, per esempio, il senso della festa e della Domenica, che sono spazi di vera umanità, perché in esse si celebra la persona con le sue relazioni familiari e sociali, che ritrova se stessa attingendo a una memoria più grande, quella della storia della salvezza. Lo spirito delle Beatitudini si comprende dentro questa cornice: la potenza dei sacramenti assume la nostra condizione umana e la presenta come offerta gradita a Dio, restituendocela trasfigurata e capace di condivisione e di solidarietà. La proposta biblica è il Vangelo di Marco, appunto i cinque pani e i due pesci: Marco 6 [35]Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; [36]congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». [37]Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». [38]Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». [39]Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull'erba verde. [40]E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. [41]Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. [42]Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. Questo il commento bellissimo con cui si concludeva anche l'invito che ha una stesura più teologica e dottrinale , risente di un altro momento se si vuole della Chiesa italiana, io vi consiglio di non disperdere quel primo librettino dell'invito perché insieme, credo, siano molti utili per avviarci al convegno di Firenze, come dire, a due polmoni. Dall’Invito al Convegno: Il nostro Invito ha delineato un percorso di idee e passi da compiere per la preparazione al Convegno. Ricordiamoci che quello che maggiormente vale è mettere al centro dell’umanesimo cristiano l’Eucaristia, fonte e principio ispiratore di novità di vita in Gesù Cristo. ? tra l'altro, tra parentesi, il 400 è pieno di miracoli eucaristici, pensiamoci!? «Che cos’è questo per tanta gente?»: viene da chiederselo ancora, enfatizzando di nuovo l’evidenza oggettiva con cui ci scontriamo allorché registriamo – come già gli apostoli (cf. Gv 6,1? 13) – le nostre insufficienze ecclesiali, l’esiguità delle nostre risorse ed energie pastorali, persino la patina ossidata che intacca la nostra speranza, mentre scenari difficili si squadernano con ritmi incalzanti davanti a noi. Sì, in questo facciamo veramente la medesima esperienza di inadeguatezza con cui i primi discepoli dovettero fare i conti quando si sentirono provocati da Gesù a farsi carico della fame, delle attese, delle rivendicazioni della folla: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Tale affermazione esprime una buona dose di realismo, una immediata attitudine alla disamina e al calcolo, una consapevolezza lucidamente critica e coerente con la situazione; ma dichiara anche l’impotenza a intervenire. Dall’immobilismo rinunciatario, tuttavia, Gesù si smarca con serena risolutezza, insegnando ai suoi a fare altrettanto, grazie a un gesto nuovo, d’impronta eucaristica: prende i cinque pani e i due pesci di cui essi dispongono e, rendendo grazie al Padre, li distribuisce a tutta quella gente. E, così, inanella dimensioni prima non prese in considerazione: la relazione con l’Altro, cui ricondursi e consegnarsi con la propria povertà, e il rapporto con gli altri, cui volgersi e dedicarsi senza titubanze e senza riserve. Per i discepoli si aprono strade che sino a quel momento non avevano osato percorrere: verticalmente verso Dio e, orizzontalmente, incontro a coloro di cui si avvertono e condividono i bisogni, per toccarli e lasciarsi toccare da loro, per prendersene cura e accogliere tutti in solidale e fraterna custodia (cf. Lc 9,11; Mt 14,16; Mc 6,36?37). Così – scrive san Paolo – i discepoli inaugurano una novità destinata a trasfigurare l’umanità: nella comunione con e in Gesù Cristo, superano ogni discriminazione tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna (cf. Gal 3,28), incontrano tutti – «coloro che sono sotto la legge», «coloro che non hanno legge», «coloro che sono deboli» – e, per «essere partecipi del Vangelo insieme con loro», si sottopongono alla legge, vanno oltre la legge, si fanno piccoli e si mettono al servizio (cf. 1Cor 9,19?23), sapendo di doversi sobbarcare la debolezza di chi non ce la fa (cf. Rm 15,1). E quindi ancora una volta è in questo di più che cogliamo, anche noi che vogliamo metterci in obbedienza di parole e di gesti, l'agire del Signore Gesù, vero modello e compendio delle cinque vie proposte dalla traccia, e anche noi speriamo di poter moltiplicare ogni bene a vantaggio di tutti coloro che incontriamo nelle nostre strade.
Redazione
