Bersani: La sinistra unita batterà Salvini, ma ad Avellino...

Il leader di Articolo Uno in città per il candidato alle Europee Massimo Paolucci

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"Tre centrosinistra ad Avellino sono troppi. E' mancato uno slancio di generosità che invece c'è stato altrove. Qui doveva farlo il Pd".

Avellino.  

Mentre l’“onda nera” e il pericolo “fascista” avanzano inesorabili, la sinistra italiana almeno per le elezioni Europee riesce a presentarsi unita.

Per l’elettore democratico, adesso sempre più socialdemocratico, è abbastanza semplice: si vota Pd. Il simbolo, anche se occupato per un 40 per cento dal logo “Siamo europei” di Carlo Calenda, è noto e ben visibile. Articolo Uno, il partito di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, si schiera con il Pd: l’indicazione per gli elettori è di votare il candidato Massimo Paolucci nella circoscrizione Sud. Ieri, in una affollatissima sala blu del Carcere Borbonico di Avellino, l'incontro promosso dal delegato alle aree interne della Regione Campania, Francesco Todisco.

Non è un ritorno alla casa del padre, precisa Bersani, ma per ora un affiancamento “per portare in Europa la nostra idea di sinistra ampia e popolare».

Insomma Bersani sta dalla parte della “ditta” e chiarisce: “Per me la ditta è sempre stata la sinistra di governo fatta di diverse culture: plurale, larga, popolare ma perbacco orgogliosa del suo profilo di valori e programmi. Sinistra vuol dire nella mia testa avere il sentimento acuto dell'uguale libertà e dignità di tutte le donne e degli uomini del mondo. E sinistra di governo significa non lasciare quell'enunciazione in una propaganda ma portare quell'idea dal cielo alla terra, nei fatti. Questo è. Finché non avremo quella cosa lì – aggiunge Bersani - noi non avremo trovato casa, nessuno di noi, e il paese non avrà la soluzione ai suoi problemi”.

Il simbolo. “Si - dice l'ex segretario- non mi fa impazzire, ma badiamo alla sostanza. È che quando c'è da fare una scelta difficile chi ha più buon senso deve mettercelo. Ci siamo rifiutati di andare a dividere quelle forze che dichiaratamente stanno nel gruppo socialista europeo. Sarebbe stato demenziale, due volte demenziale a fronte di quello che sta avvenendo in Europa e in Italia. Io non ho esattamente le stesse idee di Calenda – aggiunge Bersani - ma ce la vediamo poi più in là, in una sinistra plurale, dove perbacco ti senti nello stesso campo di valori e hai gli stessi avversari. Magari litighi un po', ma poi si decide chi è l'avversario principale”.

E il nemico è a destra, su questo non c'è nessun dubbio, dice il presidente di Articolo Uno. Una destra regressiva, che si traveste da destra sociale. E qui Bersani ammette che la sinistra ha più di una reponsabilità nella crescita esponenziale di Matteo Salvini. “Abbiamo consentito noi a questa destra di darsi il volto di una destra sociale. Una sinistra che abbandona i grandi temi sociali dopo un po' va contro il muro. Devi sapere dove sta il tuo baricentro popolare. Puoi farti confondere con l'establishment, ma la sinistra politica deve avere una sua autonomia, deve saper discutere per ricondurre l'establishment ai temi popolari, con le buone o con le meno buone”.

Ma mentre per le Europee la sinistra ritrova una ragione per viaggiare insieme, sui territori, per le amministrative la musica cambia completamente. E Avellino è di sicuro un esempio in negativo.Tre centrosinistra sono davvero troppi.

“Il 26 maggio si vota per le Europee e per i Comuni, ma è un'unica torta a tre stati – avverte Bersani - La gente vedrà l'appuntamento come una torta sola. Bisogna andare alla sintesi. E la sintesi resta questo: c'è una destra che ci porta contro un muro. I cinque stelle non sono in condizioni di fare da argine, finiscono per tradire anche le aspettative che crearono. C'è un campo di sinistra ancora lacerato e ancora diviso. Ma quando ci si mette dentro un po' di generosità, funziona. Noi lo abbiamo fatto. Non è stato facile. Ma qui ad Avellino è mancato questo slancio di generosità. In altri comuni siamo riusciti a cambiare registro, a mettere in campo idee e persone nuove. Ma qui no”.

Ma chi doveva farlo? Alla domanda Bersani sorride. “Molto dipende sempre dal protagonista più rilevante, la generosità va offerta in proporzione al peso, quindi è chiaro che era il Pd a dover fare uno sforzo in questa città”.

A ribadire il concetto ci pensa Francesco Todisco nel suo intervento: «Il Pd ad Avellino è stato talmente svuotato che il simbolo è stato relegato nelle mani di persone che nulla hanno a che fare con il centrosinistra. Siamo stati gli unici a difendere e tutelare gli appelli di Zingaretti e Annunziata, a cui invece il Pd irpino ha sbattuto la porta in faccia. Non daremo alcuna indicazione di voto al primo turno. E al ballottaggio osserveremo e valuteremo”.

Per Todisco il capoluogo irpino non è una zona franca staccata dal resto del Paese. È una città che adesso fa i conti con il suo passato ma è assolutamente dentro il presente, e anche qui la crescita della Lega così come dei Cinque Stelle è stata evidente. L'errore è arretrare nella fase cruciale. Cosa che Bersani dal suo pulpito ha voluto rimarcare:

“Abbiamo arretrato nel momento che tutti sapevamo sarebbe arrivato, quello in cui la globalizzazione ci avrebbe presentato il conto. Questa fase che corrisponde al famoso ripiegamento, lo spaesamento dei popoli. Abbiamo visto quindi l'emergere di una destra non liberista, ma di una destra che promette protezione davanti allo spaesamento. Salvini dice “prima gli italiani”, in Ungheria Orban dice prima gli ungheresi, così si viene alle mani! L'Europa delle nazioni l'abbiamo già vista per 400 anni. Sappiamo anche a cosa ha portato. Questi messaggi sono utili solo a prendere il comando dentro casa tua. Trump ha vinto con le tute blu e poi ha tolto le tasse agli ultraricchi. Salvini ha vinto coi voti dei lavoratori e poi ha fatto la flat tax”.

E su Salvini ne ha ancora Pier Luigi Bersani, che continua: “Questo Salvini riesce a mettere insieme una ricetta fatta di due cose semplici: un finto riflesso d'ordine verso gli altri (neri, zingari) e il richiamo all'anarchismo, quella stessa cosa che faceva anche Berlusconi. Un ministro degli interni che non rispetta silenzio elettorale, che prende in mano un mitra col caricatore dentro non si è mai visto. Qui ad Avellino avete una cultura classica – aggiunge l'ex segretario Pd - apprezzerete il fatto che si possa paragonare quel che disse Tito Livio di Roma che a un certo punto disse era “affaticato della sua grandezza”. Adesso Salvini appare così, è andato molto su e rischia di cadere rovinosamente per questo per crescere ancora arruola anche i fascisti”.

Ma attenzione a dire che il ministro è un fascista, avverte Bersani. “Io non lo so cos'è Salvini, deve dire lui da che parte sta, io so solo che è un Ministro degli Interni che sta sdoganando il razzismo e il fascismo (e qui è scattato l'applauso della platea avellinese). Innanzitutto nel linguaggio – continua Bersani - Chiunque lo contesti o è una zecca o un moscerino comunista, usa il linguaggio di Forza Nuova. Va sul balcone a Forlì, lo stesso balcone dal quale si affacciò Mussolini per far vedere i quattro partigiani impiccati in piazza, un ministro che non partecipa al 25 aprile, vuole abbattere con le ruspe tutti i palazzi occupati tranne quelli occupati da Casapound. Questo è troppo, no?”

E ancora su Salvini: “Tre comizi al giorno due tramissioni televisive, 27mila selfie e tweet: il ministro degli interni non è mai in bottega, è il ministro degli esterni”.

E i cinque Stelle? per Bersani appaiono come “controfigure di governo”, ingessati al loro posto, attaccati alla poltrona, impegnati a misurarsi sempre con l'alleato, “il contratto è una finzione” avverte Bersani: “l'italia è ridotta allo scalpo che andrà in premio al vincitore di questa lotta tra i due. Tutto quello che fanno lo fanno in deficit. E un po' troppo facile così, prima o poi ci portano all'austerità, in autunno quella ricetta troppo facile troverà il suo esaurimento e credo che saranno guai seri per il Paese”.

Il mezzogiorno, la povertà e il reddito di cittadinanza. “Inutile dire che la povertà c'è, al sud più che altrove – aggiunge Bersani – ma il Sud non ha bisogno della card di reddito, ma di diritti di cittadinanza. Perché è inutile che mi dai qualche soldino in tasca se poi al primo problema di salute non riesco a curarmi e devo andare fuori. Questo è il tema. I servizi, i diritti, il lavoro e la dignità”

Dunque si parta dall'Europa, continuare nel solco di una sinistra federativa, generosa e aperta ma che non èerda la sua identità di sinistra sui temi popolari e i grandi temi sociali, avverte Bersani, altrimenti è finita.