2025, l'anno in cui Avellino ha smesso di contare dove si decide il futuro

La città non ha perso solo una giunta: ha perso peso negoziale, voce, tempo

2025 l anno in cui avellino ha smesso di contare dove si decide il futuro

i grandi flussi decisionali e infrastrutturali della Campania passano altrove. Trasporti, mobilità strategica, investimenti strutturali, politiche di area vasta: Avellino non è al centro di nessuno di questi dossier.

Avellino.  

Il 2025 segna per Avellino un punto di rottura che va ben oltre la cronaca amministrativa. La caduta dell’amministrazione guidata da Laura Nargi non è soltanto la fine anticipata di una consiliatura: è la certificazione di un vuoto politico che la città non riesce più a colmare da anni.
La crisi non nasce da un fatto improvviso né da un incidente di percorso. È l’esito naturale di un sistema di potere costruito sulla continuità personale più che sulla solidità istituzionale, esploso quando l’equilibrio interno — innescato dallo strappo con Gianluca Festa — è venuto meno. In quel momento è emersa tutta la fragilità di un’amministrazione priva di autonomia politica reale e di una visione capace di sopravvivere ai rapporti di forza.
Ma il dato più grave non è la caduta in sé. I Comuni cadono, le giunte finiscono. Il dato eclatante è ciò che accade mentre Avellino si ferma.
Nel 2025, mentre il capoluogo irpino si avvita nell’ennesima crisi interna, i grandi flussi decisionali e infrastrutturali della Campania passano altrove. Trasporti, mobilità strategica, investimenti strutturali, politiche di area vasta: Avellino non è al centro di nessuno di questi dossier. Non perché venga penalizzata apertamente, ma perché non viene proprio considerata.
È qui che il fatto amministrativo diventa fatto storico.
La città non perde solo una giunta: perde peso negoziale, perde voce, perde tempo. E nel frattempo altri territori consolidano posizioni, attraggono risorse, costruiscono futuro. Avellino resta ferma, impegnata a gestire il proprio presente mentre il futuro viene scritto altrove.
La crisi del 2025 mette a nudo un problema più profondo: l’assenza di una classe dirigente capace di pensare Avellino come nodo strategico e non come recinto politico. Senza una visione che vada oltre il perimetro cittadino, ogni amministrazione è destinata a essere fragile, e ogni caduta a non produrre apprendimento.
Per questo il 2025 non è ricordabile come un “anno sfortunato”, ma come l’anno in cui Avellino ha smesso di contare davvero, almeno nei luoghi dove si decide lo sviluppo.
La domanda, ora, non è chi governerà dopo.
La domanda è se la città sarà ancora in grado di rientrare nel gioco, o se continuerà a osservare il futuro passare, da spettatrice.