C’è una parola che, più di altre, fotografa il nuovo corso della Regione Campania: riesumazione. Non nel senso archeologico – che almeno avrebbe una sua dignità storica – ma in quello politico, molto più imbarazzante. La geografia del potere che si va componendo attorno a Roberto Fico somiglia sempre meno a un esecutivo e sempre più a una corte dei miracoli, dove i fantasmi del passato tornano a chiedere una “buona occupazione”, possibilmente retribuita e con delega.
Altro che riconoscimento dell’Irpinia. Qui non c’è nessuna rivincita dei territori, nessuna strategia di riequilibrio, nessuna visione. C’è solo lo specchio di un peso politico evanescente, tenuto in vita con il bilancino, qualche consulenza e un accanimento terapeutico che farebbe impallidire qualunque rianimatore. Le presidenze di commissione spariscono, e in cambio arrivano le task force: il nuovo placebo della politica regionale. Non curano nulla, ma aiutano a far finta che il paziente sia stabile.
Il messaggio è chiaro: quando non puoi dare potere vero, distribuisci titoli paralleli, possibilmente tecnici, meglio se indefiniti. Così nascono le “deleghe chiave” che restano nelle mani del presidente, mentre ai margini si apparecchia il tavolo delle compensazioni. Un buffet freddo, dove nessuno mangia davvero ma tutti devono sembrare sazi.
Il caso Alaia è emblematico: non una scelta politica, ma un punto di caduta, una toppa messa dove prima c’era uno strappo. La politica ridotta a manutenzione ordinaria, senza nemmeno l’ambizione di fingere una direzione. Nel frattempo, sulle aree interne – quelle vere, fatte di spopolamento, servizi che scompaiono e promesse elettorali evaporate – si immagina l’ennesima task force, affidata a nomi già visti, già sentiti, già archiviati.
Ed eccoli lì, i revenant: Michele Cammarano, Vincenzo Ciampi, Carlo Sibilia, Gerardo Capozza. Non una squadra, ma una seduta spiritica. Non un progetto, ma un album di figurine già scambiate troppe volte. La politica come recycling center: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si ricolloca.
Il paradosso è che questa operazione viene raccontata come equilibrio territoriale. Ma l’equilibrio presuppone pesi reali. Qui, invece, si pesa il vuoto. L’Irpinia non conta meno: non conta proprio. E allora la si consola con una consulenza, una delega evocativa, un titolo che non sposta nulla. È la differenza tra governare e amministrare il malcontento.
Se questa è la “svolta”, allora è una svolta su se stessi, un girotondo di nomine che serve solo a tenere in piedi una maggioranza stanca prima ancora di cominciare. Un esecutivo che nasce guardando indietro, con la nostalgia come bussola e la sopravvivenza come unico orizzonte.
Più che una Regione in marcia, un museo delle cere politiche, con biglietto gratuito e uscita di sicurezza sempre aperta.
