Verrillo: un protocollo anche per il rito nel settore civile

Emergenza e ripartenza, la riflessione dell'avvocato Salvatore Verrillo

verrillo un protocollo anche per il rito nel settore civile
Benevento.  

Lo spunto l'ha offerto l'articolo pubblicato questa mattina da Ottopagine, dal titolo "Abbiamo accettato tutto, adesso non ne possiamo più". E' da qui che parte la riflessione dell'avvocato Salvatore Verrillo, che volentieri pubblichiamo.

"Resta pienamente condivisibile l’articolo a firma di Enzo Spiezia pubblicato oggi su questo quotidiano. Prendendo atto in via preliminare della emergenzialità del periodo, della necessità di una consequenziale regolamentazione della vita sociale e di relazione e fermo il rispetto per i malati e soprattutto per le vittime, dopo 38 giorni di fermo totale delle attività e di confinamento domiciliare è comunque tempo di fare qualche considerazione in previsione di una necessaria ripresa delle attività e di un minimo di vita di relazione.

Il timore per la vita e la salute ed il senso civico dei cittadini ha determinato una completa acquiescenza ai provvedimenti restrittivi adottati, anche in modo alquanto schizofrenico, dalle Autorità a partire dal governo nazionale sino al livello comunale.

La situazione emergenziale ci ha imposto di evitare critica sulla legittimità dei provvedimenti adottati, sia nel merito che nella forma. Criticabili sono i ritardi, criticabile è il supino assoggettamento a meri criteri di riduzione del debito e di bilancio imposti dall’Unione Europea che hanno determinato lo smantellamento, o quantomeno il sostanziale depotenziamento, del sistema sanitario che hanno costituito il presupposto per l’emanazione di provvedimenti la cui ratio è ravvisabile, più che nell’esigenza di cura, in quella di evitare il collasso delle strutture sanitarie ed in particolare delle terapie intensive.

In pratica l’intento di tutti i livelli istituzionali è stato quello di evitare il conclamarsi della inadeguatezza delle strutture e di diventare il terminale finale di un disastro per quanto imprevisto.

Se la politica ha mostrato limiti, lo stesso può dirsi della scienza.

Ai tanti medici e personale sanitario che svolgono con eroicità ed abnegazione la loro corretta funzione nelle strutture sanitarie, non hanno fatto eco i vertici sanitari investiti della gestione dell’emergenza e della comunicazione. Si sono adattati ai tempi ed ai modi della nuova comunicazione di massa in cui sono rimasti invischiati lasciandosi travolgere poi dagli eventi.

Ad oggi lo stato dell’arte è abbastanza preoccupante: incertezza sulla efficacia delle cure, incertezza sui tempi di rientro della crisi, incertezza sulla effettività e sulla efficacia delle annunciate misure di sostegno all’economia, incertezza sul futuro in genrale.

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” (Cit. “Soldati” G. Ungaretti).

L’unico risultato che può dirsi raggiunto consiste nella consapevolezza raggiunta da tutti i cittadini della pericolosità del virus e della necessità di adozione di particolari cautele e protezioni nelle relazioni e contatti sociali sia nell’immediato che in prospettiva futura.

In pratica la convivenza con il virus sarà ancora lunga ed allora, in qualche modo, ci si dovrà organizzare per una ripresa che dovrà tener conto delle peculiarietà di ogni settore nel rispetto di precise norme comportamentali.

L’alternativa sarebbe restare ai domiciliari fino al contagio zero che con ogni probabilità non vedremo mai.

I dubbi di costituzionalità dei provvedimenti restrittivi o, quantomeno, fortemente limitativi della libertà personali degli individui, sono più che fondati perché di fatto di tanto si tratta: un conto è limitare la circolazione intercomunale, interprovinciale e interregionale delle persone, altro è imporre la permanenza domiciliare nelle proprie abitazioni.

Controllare le uscite delle persone con gli elicotteri e con i droni appare davvero un vulnus eccessivo oltre che alla libertà anche alla dignità personale.

E’ ridicolo e riduttivo anche per le forze dell’ordine ridursi a rincorrere una persona che fa jogging o passeggia in perfetta solitudine in riva al mare.

Il divieto deve essere finalizzato a scongiurare assembramenti e contatti ravvicinati tra più persone non certamente a sanzionare indiscriminatamente chiunque metta il naso fuori di casa (tacendo delle autocertificazioni che meriterebbero un capitolo a parte ).

Come è possibile ritenere applicabile lo stesso precetto a chi esce allontanandosi oltre il ristretto perimetro della propria abitazione in un piccolo paesino e a chi abita in una grande città con una imparagonabile densità abitativa?

Astrattamente sarebbe possibile assoggettare alla stessa sanzione chi passeggia in una sperduta campagna dell’entroterra ove la possibilità di incontri e di assembramento è prossima allo zero e chi passeggia in una grande città affollando le strade.

L’esempio può sembrare banale ma è utile a chiarire il senso del ragionamento e la necessità di una programmazione e regolamentazione più specifica e dettagliata sia in funzione delle relazioni sociali che di una ripresa delle attività economiche e produttive.

In conclusione la politica e le istituzioni che rappresenta, più che manifestare il segno del comando, dovrà prepararsi ad una ripresa differenziata delle attività, imponendo tutte le cautele necessarie e iniziando a programmare da subito senza attendere la fine dei divieti e ritrovarsi nelle medesime condizioni: la cura potrà essere più letale della malattia!

Oltretutto ed in conclusione, anche in costanza del divieto di circolazione e dell’obbligo di permanenza domiciliare, vi sono attività per cui è già possibile organizzare forme di lavoro e partecipazione senza contatto umano.

Un esempio su tutti potrebbe essere la ripresa dell’attività giudiziaria, servizio pubblico essenziale, già consentita telematicamente in determinati casi ed organizzata mediante un protocollo di intesa nel solo settore penale approvato, pur con legittime riserve, anche dall’avvocatura.

Analogo protocollo potrebbe essere adottato, con gli adattamenti conseguenti alla particolarità del rito, al settore civile che si presta maggiormente ad una trattazione telematica rendendo solo eventuale la presenza fisica dei difensori, delle parti e del magistrato. Tale modalità , peraltro già disciplinata con protocolli da diversi Tribunali, ben potrebbe essere adottata anche nel circondario del tribunale di Benevento per la trattazione delle udienze di prima comparizione, allo scambio delle memorie ex art.183 co.6 c.p.c. (per cui peraltro è già previsto il deposito con modalità telematiche al pari di altri atti) e per l’adozione e la comunicazione dei provvedimenti del Giudice, fino alla udienza di precisazione delle conclusioni e deposito delle comparse conclusionali, con la dovuta eccezione per i casi necessità di espletamento di prove costituende e per quelli ove sia richiesto un confronto tra le parti.

Volere è potere recita un detto atavico.

Altra cosa sarebbe continuare a cantare dai balconi, impastare pane e pizze, organizzare flash mob e decantare le doti di resilienza del Popolo italiano".