La bella e triste Dormiente: tra fango, frane e incuria

Taburno: il 2015 la data spartiacque. Ora progetti per sottrarla a incuria e dissesto

la bella e triste dormiente tra fango frane e incuria
Benevento.  

Immaginate di svegliarvi nella notte e di sentire i massi che rotolano, che finiscono sulle auto, sulle case, sventrando paesi interi, distruggendo strade, ponti. Non vite, solo per fortuna. 
E' la notte tra il 14 e il 15 ottobre 2015, sì, quella dell'alluvione col Calore ingrossato che devastò Benevento, e con gli altri fiumi che dal Fortore all'area telesina portarono distruzione, devastazione di economie, dai vigneti ai campi coltivati fino alle fabbriche più importanti di Benevento, vedi Rummo, Minicozzi, e purtroppo anche morte, di tre persone. 
Ma se quei fiumi, quella notte, comunicarono chiaramente che il rapporto tra uomo e corsi d'acqua va rivisto, recuperato e impostato all'insegna di un rispetto reciproco, anche la montagna ha lanciato un grido sdegnato per le condizioni in cui versa, e che la portano a diventare nemica, una nemica pericolosissima. 
Il Taburno, quella notte, tra massi enormi che distrussero strade di collegamento, fango che invase case e vie e smottamenti ovunque. Automobili rimaste sotto le pietre, paesi isolati e una notte da incubo per chi in quei comuni ci vive. 


La montagna è la montagna, e il Taburno è un gigante, o una gigantessa viste le sembianze di donna addormentata che gli ha procurato il nome di “Dormiente del Sannio”, è adorato, quasi sacro per chi in queste zone ci vive. Un baluardo che si cerca con lo sguardo per orientarsi, per trovare qualcosa di familiare: meta di passeggiate e scampagnate estive, fughe d'amore, ricerche di funghi di cui è ricco, posto segreto di avventure incredibili di ragazzini tra i sentieri e le faggete, ricerche di frescura e senso di libertà, magari da trovare soltanto col silenzio e lo sguardo sui cavalli allo stato brado. 


Ma la montagna è anche il Taburno ovviamente sa essere cattiva se rimane senza cure, lasciata a se stessa: non si può prendere solo il bello da quella straordinaria risorsa senza fare in modo che quella bellezza venga preservata. 
E purtroppo così è stato, per troppo tempo. E' un gigante particolare il Taburno infatti: è noto da tempo, storicamente, per i suoi crolli di roccia che possono essere anche disastrosi, e poi i valloni, quelli che sono stati il grande problema dell'alluvione del 2015, perché senza manutenzione portano  giù fango, detriti, pietre creando, ancora una volta danni. Ingenti danni. 


E poi le sorgenti, numerose nell'area che se non incanalate e trattate con la giusta cura pure provocano quelle colate di fango che spesso si riversano sulle strade della montagna, rendendo difficile il passaggio alle automobili e ai mezzi. 
Insomma, come visto negli anni, e non solo a Taburno – Camposauro, la montagna ha bisogno di cure per non essere nemica delle comunità che hanno deciso di viverci al di sotto o almeno vicino: da questo punto di vista è importante che ci sono progettualità per la mitigazione del rischio idrogeologico e del rischio frane, ma non solo. E' importante anche incidere in termini di “popolamento” della montagna perché se lo spopolamento inteso come quello demografico e la desertificazione economica, aziende che vanno via, sono realtà tangibili ed evidenti nel Sannio e nelle aree interne il discorso ricade ovviamente anche per quel che attiene alla montagna. 
Si pensi ad esempio a ciò che era accaduto a San Martino Valle Caudina lo scorso anno e proprio di questi tempi: complice il maltempo fortissimo e le precipitazioni era addirittura esplosa per via della pressione dell'acqua la piazza principale del paese, sotto cui scorre un torrente tombato decenni e decenni fa. Perché? Perché un castagneto lasciato incolto, non curato più per l'abbandono della montagna è venuto giù, facendo da tappo e favorendo la furia dell'acqua. 
Ecco, anche per l'area del Taburno c'è un problema simile: in pochi si spingono a coltivare e a produrre in quell'are, e l'assenza degli agricoltori che in aree montane sono un'importante sentinella e operano anche in termini manutentivi è tutt'altro che positiva. 


In alcuni comuni dell'area, ancora oggi, quando piove più del normale ci sono danni: frane, smottamenti, strade che si interrompono bruscamente con tutto ciò che ne deriva. Insomma veri e propri danni da calamità naturale. 
Di positivo però c'è che il 2015 ha fatto da spartiacque, praticamente: ci sono progetti, ci sono finanziamenti e sia i comuni che gli enti come appunto il Parco Regionale si stanno muovendo per mitigare il rischio idrogeologico e per far sì che la montagna diventi una risorsa tout court, anche in termini di sviluppo e perché no, per creare economie. A patto che venga rispettata, però, la Bella Dormiente: senza maniere gentili, diventa cattiva.