«Sono stata abbandonata nel momento più bello ma anche più delicato nella vita di una donna. Mi sono stati tolti diritti conquistati con fatica e lotta ». E' la denuncia che da Benevento arriva da Elettra Rubbo, 26anni, incinta e positiva al covid: l'ennesimo caso in cui viene dimostrato che ammalarsi di coronavirus non significa fare i conti solo con la malattia e con i suoi morsi, ma anche finire in un ginepraio burocratico e kafkiano. Questa volta però, a differenza del caso di Natascia Perone che pure avevamo raccontato e che era prettamente burocratico (risolto il giorno dopo l'intervista pubblicata da Ottopagine e da Il Roma), in questo caso di mezzo c'è una donna, giovane, di 26 anni, e alla sua prima gravidanza, peraltro nel momento più delicato: tra il quarto e il quinto mese di gestazione.
Elettra racconta: «Il mio compagno ha iniziato a manifestare sintomi covid il 3 novembre, subito ci siamo messi in moto per comunicarlo all'Asl, io ho mostrato i primi sintomi il 6 e il 7 sono stata contatta per fare il primo tampone. Nel frattempo, essendo alla 20esima settimana di gestazione, ho fatto presente che avrei dovuto fare l'ecografia strutturale, che è fondamentale oggi per la gravidanza, mi è stato detto che tuttavia c'era tempo. Intanto il 9 novembre sono stata alla struttura di via Mascellaro, mi hanno fatto passare prima in quanto incinta e ho effettuato il tampone, risultando ovviamente positivi sia io che il mio compagno».
Da qui inizia il classico calvario fatto di rimbalzi di responsabilità e di interpretazioni del protocollo diverse a seconda dell'interlocutore che fiaccano chi già è alle prese con la malattia, e ha anche l'ansia di portare in grembo una nuova vita: «Ho fatto richiesta di essere visitata a casa, perché stavo male nei primi giorni: sono venuti a misurarmi la saturazione e basta. Mi è stato notificato l'isolamento, ma intanto io dovevo fare sempre la strutturale: niente, ho contattato chiunque, ma è stato un continuo rimbalzo di responsabilità, ho chiamato anche il secondo policlinico di Napoli, che però mi ha detto che andando lì avrei violato la quarantena e commesso un reato».
Il processo di Kafka nel pieno del suo racconto dunque, con le complicazioni che arrivano puntali: «Intanto a fine novembre ero ormai completamente asintomatica: e dopo una serie di contrazioni anomale sono stata ricoverata al San Pio, il tampone è risultato ancora positivo, e sono stata lasciata 20 ora in una stanza con la finestra aperta e con me che dovevo uscire anche per prendere la colazione e la carta igienica. Non solo: dopo le dimissioni non potevo andar via, perché il mio compagno non poteva venire a prendermi in quanto ancora in isolamento. Alla fine è dovuto venire mio padre da Pontelandolfo, bardandosi dalla testa ai piedi, per prendermi, accompagnarmi a casa e poi mettersi in isolamento a sua volta».
Non solo, perché intanto il compagno si è negativizzato: «Ma non lo liberavano. Perché? Perché vive con me che intanto risultavo ancora positiva. Questo però secondo un'interpretazione del protocollo, secondo altre si sarebbe potuto liberare già da tempo andando in un altro domicilio lui, o andando io in un'altra casa, cosa che potevo fare. Ma non ci è stato detto, e noi ci siamo attenuti sempre a ciò che ci veniva detto, perché siamo persone rispettose delle regole».
Intanto però c'è sempre la grana della strutturale da fare: «Finalmente si chiarisce che è di competenza dell'Asl, ma ancora non mi dicono nulla. In un impeto di disperazione ho contattato su Facebook il sindaco di Benevento, Clemente Mastella, che è autorità sanitaria della città e mi ha risposto subito ed è stato gentilissimo. Il giorno dopo, di lunedì, sono stata chiamata per fare la strutturale al Fatebenefratelli: e qui, dove sono stati gentilissimi e professionali, mi è stato detto che avrei potuto farla molto prima perché c'è attivo il corridoio covid. Io naturalmente ringrazio il sindaco Mastella, che non ha esitato un attimo a contattarmi e immediatamente ha risolto la situazione, ma non dovrebbe essere così: la situazione si sarebbe dovuta sbloccare prima».
Tantopiù che c'è un altro particolare importantissimo nella tempistica: «La morfologica io l'ho effettuata oltre la 25esima settimana: questo vuol dire che nel caso dall'ecografia fossero risultati problemi gravi per il bambino io non avrei potuto più abortire. Un fatto che io ritengo gravissimo, perché sono stata privata di un diritto importantissimo ». Per fortuna il bimbo sta bene, non sta bene però che sia la fortuna a risolvere questi casi.
Al di là di ciò ad oggi sono entrambi in isolamento: «Non lavoriamo da novembre, e siamo asintomatici ormai da un mese. Il mio compagno è negativo a tutti i tamponi che ha fatto. E per quanto riguarda la mia gravidanza, a breve dovrei fare le analisi per la curva del picco glicemico: sarebbe inaudito ripetere la stessa trafila».
Ed Elettra tuttavia ci tiene a precisare che la sua non è la rabbia cieca che mira a buttar giù tutto: «Devo dire che l'Asl mi è stata vicina attraverso una dottoressa che mi ha chiamato ogni giorno e mi ha dato un enorme supporto psicologico, e comprendo perfettamente che il momento sia difficilissimo, non è mia volontà dire che è tutto marcio. Il punto è che c'è una confusione incredibile: una persona già malata di covid, alla prima gravidanza e dunque con tutte le ansie del caso, non può ritrovarsi in un caos totale in cui ogni interlocutore che interpella gli dà una versione diversa e non sa più cosa fare. Diventa qualcosa di insostenibile a livello psicologico».
