Guardando con un occhio global alle notizie che arrivano dal mondo sulle politiche energetiche, verrebbe da tirare un sospiro di sollievo anche in chiave sannita. Già perché il petrolio, e tutte le trivelle “appresso”, sembrano beccare due colpi in una sola volta. Da un lato c'è lo studio del “Financial Time”, che sembra quasi certificare che dove non arrivano gli ambientalisti, con proteste e campagne assolutamente condivisibili e ammirevoli, arrivano i mercati. Già, perché il prezzo del greggio a barile è sceso tremendamente rispetto agli ultimi (e speculativi) anni. Cosa c'entra questo in chiave local? Potenzialmente tanto: col prezzo bassissimo dell'oro nero le compagnie sono obbligate a far due conticini, sedersi, e rivedere diverse cose. In primis: è un buon investimento spendere miliardi di dollari in progetti di ricerca che, con la prospettiva di una lunga stagnazione del prezzo del petrolio, equivalgono a una perdita di bilancio sicura? La risposta è ovviamente no, i progetti di ricerca sono “out of the money”, perciò poche trivelle e tanta “forbice”: adieu a circa il 30 per cento dei progetti di ricerca. Un taglio che senza dubbio fa ben sperare: dagli Stati Uniti all'Europa, costosi progetti di ricerca non rappresentano scelte di investimento oculate, almeno nel prossimo biennio. E devastare territori per un cattivo investimento apparirebbe un accanimento senza alcun senso. Ma c'è dell'altro, e arriva via Francia: l'Edf, la più grande società elettrica d'Europa, ha rivisto politiche e obiettivi energetici, sempre con lo stesso comun denominatore di quanto esposto prima, gli idrocarburi non piacciono più, ed entro il 2030 si punta alla svolta.
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