"Sono desolanti le quotazioni dei cereali di cui si sente parlare in questi giorni. Dai listini pubblicati dalle principali Borse Merci (Foggia e Bologna), nelle ultime settimane il prezzo del frumento duro e del frumento tenero non viene neppure riportato; sono quotati soltanto avena e orzo, con valori compresi tra 150 e 170 euro a tonnellata. Per il frumento duro, pur in assenza di una quotazione ufficiale, si parla di valori intorno ai 220-240 euro a tonnellata".
Parte da qui Confagricoltura Benevento che propone una riflessione sul tema "La cerealicoltura delle aree interne non è più sostenibile. Serve una nuova strategia di sviluppo".
"È una situazione drammatica - prosegue - se si considera che, nello stesso periodo dello scorso anno, il frumento duro valeva circa 300 euro a tonnellata, contro i 370 euro del 2024, i 330 euro del 2023 e i 550 euro del 2022. La conclusione è evidente: il prezzo dei cereali è in costante e preoccupante diminuzione.
Se a questo si aggiunge il forte incremento dei costi di produzione – gasolio, concimi, sementi, fitofarmaci, lavorazioni e servizi – aumentati in pochi anni per effetto delle ben note crisi geopolitiche e dei rincari energetici, la cerealicoltura nelle aree interne diventa economicamente insostenibile.
L'analisi diventa ancora più critica se ci si riferisce all'azienda cerealicola tipica delle nostre colline. Per esigenze agronomiche e per il rispetto degli impegni previsti dalle misure di sostegno comunitarie, nazionali e regionali, tali aziende devono alternare i cereali con colture foraggere o leguminose da granella. Tuttavia, queste produzioni, nella maggior parte dei casi, hanno rese economiche nulle o addirittura negative: spesso non trovano mercato, rimangono invendute oppure vengono cedute gratuitamente ad aziende zootecniche pur di liberare i terreni.
Di conseguenza, la produttività lorda di un ettaro di superficie aziendale si attesta mediamente intorno ai 450-500 euro. Una volta sottratti i costi di produzione, il risultato economico è ampiamente negativo.
Di fronte a questa realtà, viene spontaneo chiedersi perché il dibattito sullo sviluppo delle aree interne continui a proporre ricette teoriche e poco aderenti alle reali condizioni economiche del settore, evitando di affrontare alcuni nodi fondamentali.
Occorre avere il coraggio di affermare con chiarezza che:
1. Le coltivazioni cerealicole che per secoli hanno rappresentato il pilastro dell'economia agricola delle aree interne, oggi, nelle condizioni di mercato attuali, non sono più economicamente sostenibili.
2. Nelle nostre zone la produzione di cereali trova una reale giustificazione quasi esclusivamente all'interno delle aziende zootecniche, dove il raccolto può essere valorizzato attraverso l'autoconsumo come alimento per il bestiame.
3. Se, come si stima, per alimentare l'intero patrimonio zootecnico della sola provincia di Benevento sono sufficienti circa 20.000 ettari, quale senso economico e strategico ha continuare a incentivare i restanti 40.000 ettari destinati a cereali e foraggere? Su queste superfici, infatti, tra pagamenti della PAC e misure agroambientali (indennità compensativa, agricoltura biologica, sostenibilità e altri interventi), la spesa pubblica supera i 32 milioni di euro ogni anno.
Di fronte a questi numeri sarebbe opportuno abbandonare una visione romantica e bucolica dello sviluppo delle aree interne e aprire un confronto serio su strategie realmente sostenibili, capaci di creare reddito e occupazione.
Perché, se un domani le risorse pubbliche dovessero ridursi o venire meno, il problema non riguarderà soltanto il settore agricolo, ma avrà inevitabili ripercussioni economiche e sociali sull'intero territorio".
