È di questa mattina la notizia dell’ennesima tragedia consumatasi all’interno del carcere di Benevento, dove un uomo di soli 37 anni ha deciso di togliersi la vita in cella. Era padre di una bambina.
Una morte che non può lasciarci indifferenti. Una morte che, ancora una volta, ci costringe a interrogarci sullo stato delle nostre carceri e sul significato che vogliamo dare alla pena.
Sono anni che, come Giovani Democratici, denunciamo le condizioni insostenibili in cui versano gli istituti penitenziari italiani e, in particolare, quello della nostra città. Oggi, di fronte a questa ennesima tragedia, sentiamo ancora più forte il dovere di non rimanere in silenzio.
Quello che dovrebbe essere un luogo nel quale lo Stato garantisce dignità, rieducazione e una concreta possibilità di reinserimento sociale rischia sempre più di trasformarsi in un luogo di abbandono e disperazione.
I numeri raccontano una realtà drammatica: sono già 45 le persone che dall’inizio del 2026 si sono tolte la vita nelle carceri italiane. In Campania sono 5, contando anche il caso avvenuto questa notte a Benevento.
Non possiamo accettare che questi numeri diventino una statistica da aggiornare ogni volta che una vita viene spezzata.
Il carcere non può essere una risposta automatica a ogni forma di marginalità sociale. Non può essere il luogo nel quale rinchiudere persone per poi dimenticarsene. E soprattutto, non possiamo continuare a confondere l’aumento delle pene e dei reati puniti con un aumento della sicurezza.
Per questo continueremo a batterci per un sistema penitenziario realmente orientato alla rieducazione e al reinserimento: dalla depenalizzazione dei reati di minore gravità al maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione, dal potenziamento dei servizi psicologici e sanitari all’incremento degli educatori e delle figure professionali necessarie a seguire le persone detenute.
Ma soprattutto continueremo a rivendicare un principio semplice, che dovrebbe essere alla base di ogni politica sulla giustizia: la pena deve privare della libertà, non della dignità.
La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri. Si costruisce facendo in modo che chi entra in carcere abbia, quando ne uscirà, una reale possibilità di non tornarci.
Perché se lo Stato prende in custodia una persona, quello Stato ha il dovere di proteggerne la vita, garantirne la dignità e lavorare affinché possa tornare a vivere nella società.
Il silenzio davanti a queste morti non è più un'opzione. Per questo continueremo a denunciare, a proporre e a batterci. Perché dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. E perché una società davvero sicura è una società che non lascia nessuno solo davanti alla propria disperazione.
Suicidio in carcere: "L’ennesimo fallimento della nostra società"
Il commento di Stefano Orlacchio per i Giovani Democratici
Benevento.
