“Quei computer sono a mia disposizione”, aveva detto, tre anni fa, nell'aula in cui si stava celebrando il processo a carico del fratello e della cognata. Parole sgorgate dal cuore, che avevano determinato lo stop della sua deposizione ed il cambio della condizione: da testimone obbligato a dire la verità ad indiziato con la possibilità di non aprire più bocca da quel momento.
Lui - A. A., di Benevento- aveva fatto così, quella mattina, ma quelle parole, servite a determinare l'assoluzione dei suoi familiari, non sono rimaste, inevitabilmente, lettera morta. E sono sfociate in un processo nel quale ora è lui ad essere chiamato in causa. Accusa pesante: detenzione di materiale pedopornografico in quantità ingente, che per la sua formulazione ha reso necessaria, su eccezione del suo difensore, l'avvocato Cipriano Ficedolo, la trasmissione degli atti alla Procura, perchè, contrariamente alla citazione diretta fatta, chieda il rinvio a giudizio, con relativa udienza preliminare.
I fatti erano emersi da un'inchiesta diretta dalla Procura di Napoli e condotta dalla polizia postale. Un'indagine nata in Spagna e poi approdata, in Italia, alla Procura di Perugia, che a sua volta aveva provveduto a stralciare, inviandole alle Procure competenti, le posizioni delle numerose persone tirate in ballo. L'attività investigativa si era disvelata nel marzo 2011, quando la Polposte aveva eseguito in città una perquisizione in un'abitazione, sequestrando due computer ed un dvd nei quali, a detta degli inquirenti, era contenuto materiale -foto e film- che sarebbe stato realizzato utilizzando minori. File scaricati attraverso l'accesso a siti pedopornografici. Di qui il coinvolgimento della coppia, fino al colpo di scena: ““Quei computer sono a mia disposizione”.
