"Traffico di rifiuti", il Pm chiede undici condanne

L'indagine sulla 'Accornero' tra Riccia e Castelpagano

traffico di rifiuti il pm chiede undici condanne
Benevento.  

La condanna di undici imputati (e di una società), e la dichiarazione di non doversi procedere nei confronti di un dodicesimo, nel frattempo deceduto. Sono le richieste avanzate dal pm della Procura di Napoli Salvatore Prisco nel processo a carico delle persone chiamate in causa da un'inchiesta della Dda partenopea, della guardia di finanza e della forestale sannita su un presunto traffico di rifiuti nelle province di Campobasso e Benevento.

Queste, in particolare, le pene proposte: 6 anni e 6 mesi per Pier Luigi Accornero, 80 anni, di Asti,presidente del Cda della Accornero srl, ed il figlio Massimo, 54 anni, di Asti, amministratore delegato della stessa Accornero e fino al 2000 della 'Mi. Mer srl'; 4 anni per Maurizio L'Altrelli, 59 anni, di Monteesarchio, funzionario del Genio civile di Benevento; 3 anni e 2 mesi per Alberto Mascarino, 63 anni, di Torino, direttore tecnico della 'Accornero', Giovanni D'Auria, 69 anni, di Mercato San Severino, direttore dei lavori fino all'aprile 2013 della 'Accornero' sia della miniera, dell'ex cava ''Mi. Mer srl' e dell'impianto industriale di Riccia; e Donato Antonio Paolucci, 76 anni, di Campobasso, titolare di una ditta; 3 anni per Giovanni Basilone, 50 anni, di Castelpagano, sorvegliante di miniera nonché addetto alla registrazione dei viaggi delle ditte incaricate al conferimento dei rifiuti prodotti a Riccia, e Fabrizio Di Criscio, 40 anni, di Riccia, titolare di una ditta; 2 anni e 6 mesi per Giuseppe Patti, 82 anni, di Catania, consulente tecnico della 'Accornero', già ingegnere capo del Distretto minerario di Napoli, e Danilo Amerio, 63 anni, della provincia di Asti, tecnico della 'Accornero'; 1 anno e 8 mesi per Teofilino Paolucci, 44 anni, di Campobasso, titolare di una ditta.

Infine, la richiesta di condanna alla sanzione pecuniaria di 360mila euro, pari a 400 quote, per la 'Accornero' srl'. A seguire, gli interventi dei legali della parti civili (Ministero dell'Ambiente, con l'avvocatura dello Stato, e Regione Campani con gli avvocati Graziella Mandato ed Elisabetta Balletta) e di alcuni difensori, che hanno rintuzzato gli addebiti a carico dei loro assistiti e provato a smontare l'impianto accusatorio. Le loro arringhe termineranno il 4 febbraio, quando è prevista la sentenza del Tribunale.

Sono impegnati nella difesa gli avvocati Mario Gebbia e Valentina Corino (per i due Accornero, Mascarino e Amelio), Roberto Prozzo (per D'Auria, Basilone, Di Criscio, i due Paolucci), Gianna Posillico (per L'Altrelli), Bruno Botti (per Patti), Maurizio Bortolotto (per la società).

Come si ricorderà, l'inchiesta, scandita dall'esecuzione nel 2014 di una ordinanza ai domiciliari a carico dei due Accornero, poi tornati in libertà dopo la decisione del Riesame, aveva prospettato più capi di imputazione, per alcuni dei quali – associazione per delinquere e truffa – il gup di Napoli ha dichiarato nel 2016 il non luogo a procedere nei confronti di coloro ai quali era stato addebitato.

Nel mirino degli inquirenti, un presunto traffico illecito di ingenti quantitativi di rifiuti speciali che risulterebbe collegato all'esercizio dell'attività di impresa degli Accornero, autorizzata sin dal 1999 dal Corpo delle Miniere del Distretto di Napoli allo sfruttamento del sito minerario di rocce feldspatiche alla località Battaglia di Castelpagano.
Secondo l'accusa, l'impresa degli Accornero, dopo aver svolto la lavorazione dei minerali estratti, presso lo stabilimento industriale (facente capo a loro stessi e ubicato a Riccia, in provincia di Campobasso), avrebbe provveduto a trasferire tra il 2000 ed il 2013 circa 800mila tonnellate di rifiuti speciali derivanti dal processo produttivo e li avrebbe sversati abusivamente nel territorio sannita sia in terreni di privati, sia presso un' ex cava e, negli ultimi tempi, anche nella miniera di Castelpagano, in violazione della normativa concernente la tracciabilità dei rifiuti. Inoltre, avrebbero omesso di procedere al trattamento dei rifiuti e di provvedere al rimboschimento del sito adibito a sfruttamento, e in questo modo avrebbero violato le prescrizioni contenute nella concessione amministrativa.na situazione definita anche nelle accuse, a vario titolo, di abuso d'ufficio, falso in atto pubblico e violazione delle norme a tutela del paesaggio.