Ha sbagliato, ora basta. Forza, cerchiamo un'altra vittima sacrificale per la tv

Benevento. Il caso della suora che ha patteggiato

ha sbagliato ora basta forza cerchiamo un altra vittima sacrificale per la tv
Benevento.  

Ha sbagliato. E tanto. Ha commesso un reato che ha profondamente ferito le comunità, il loro senso religioso, la fede e la convinzione custoditi in quegli ori votivi donati alla chiesa. Suor Bernadeta, che gli organi di informazione indicano come Bernadette, sa di averla fatta grossa. E' una persona incensurata, non ha trattenuto per sé neanche un centesimo, ha sempre sostenuto di essere stata plagiata, spinta ad allungare furtivamente le mani da un uomo che vive all'estero e che non conosce. Non è la prima a finire in trappola, non sarà l'ultima. Vero: per lei è tutto più grave perchè indossa una tonaca che ha uno straordinario significato.

Ieri ha patteggiato la pena di 3 anni e 4 mesi dinanzi al giudice del Tribunale di Benevento Maria Amoruso, che ha ratificato l'intesa tra i suoi difensori e la Procura, mica pizza e fichi. Eppure, appena Ottopagine ha pubblicato la notizia, peraltro anticipata una settimana fa, il 'tribunale social' si è scatenato, con pseudo commenti incommentabili. Suor Bernadeta – continuo a chiamarla così – era accusata di furto aggravato e reimpiego di beni di provenienza illecita: un addebito, quest'ultimo, sul quale è possibile che la Procura sannita stia ancora indagando, per definire ulteriori responsabilità.

Ha avuto una pena troppo bassa, non farà un giorno di carcere, hanno declamato, dall'alto della loro somma sapienza, i 'giuristi della rete', ignorando che la sentenza è stata emessa sulla scorta di norme precise, che non valgono solo per la suora ma per tutti. Anche per coloro che ne hanno combinate di peggiori. Invece sembra che suor Bernadeta, con 'lo sconto' di un terzo della sanzione, previsto dal Codice per tutti, sia stata in qualche modo una privilegiata. Non è così, ovviamente.

Certo: sarebbe stato meglio se avesse evitato di provare a sfuggire all'assalto delle telecamere stendendosi sul divano posteriore della macchina con la quale è arrivata, e che non le avessero riservato, come al vescovo nella precedente udienza, un ingresso al Palazzo di giustizia 'per vie traverse'. Tant'è. Ma da qui a farne la vittima sacrificale alla quale addossare tutte le colpe del mondo ce ne corre.

E' il riflesso inevitabile di un giustizialismo rancoroso iniettato nel nostro Paese dal famoso 'vaffa' e che ha avvelenato le coscienze. Prime fra tutte quelle dei giornalisti, ora costretti a dare la caccia ad un nuovo agnello da immolare sull'altare dell'audience e della spettacolarizzazione televisiva dei drammi e delle miserie umane.

Prepariamoci, dunque, ad ulteriori assalti dei microfoni piazzati dinanzi alla bocca di indagati o imputati che restano muti. Possono mentire ad un pm e ad un giudice, è nel loro diritto, ma loro, i porta microfoni in carriera, istigati da chi li comanda,  insistono e di fronte alla mancata risposta affermano che quel silenzio è indice di colpevolezza. Che pena.