“Non abbiamo mai accettato Nicola Fallarino nella nostra famiglia, e anche se mio marito è stato in carcere, volevamo che nostra figlia avesse altro da lui, per le cose che faceva...”. Parola di Raouda Bent Bejaoui, origini tunisine, ma “da più di 30 anni in Italia”, la madre di Annarita Taddeo, la 34enne di Benevento scampata alla morte l'11 novembre 2023, dopo essere stata centrata alla fronte da un colpo di pistola. La donna viene ascoltata nel processo per tentato omicidio a carico di Salvatore Giangregorio (avvocato Gerardo Giorgione), 39 anni, e Alessia Petrucciani (avvocati Marianna Febbraio e Domenico Dello Iacono, sostituito dal collega Salvatore Vertuccio), 45 anni, anche loro della città. Il primo è accusato di aver fatto fuoco, l'altra di avergli consegnato l'arma ed un motorino per mettere a segno l'azione criminosa per quale l'ex della Taddeo, Nicola Fallarino 42 anni, di Benevento , diventato un collaboratore di giustizia, è stato già condannato in via definitiva a 10 anni, con rito abbreviato, come mandante.
Manca poco alle 10.30 quando inizia la sua deposizione, le domande del procuratore aggiunto Gianfranco Scarfò la riportano inizialmente al periodo del rapporto tra Nicola ed Annarita, “interrotto quando lei aveva avuto problemi per i cellulari nel carcere”. Lui la “minacciava, aveva un telefonino, aveva installato nel bar gestito da Annarita, che voleva, delle telecamere attraverso le quali controllava tutto e faceva sentire la sua voce da detenuto”. Il pensiero corre a quella mattina, quando era stata “avvertita di ciò che era successo”. Spiega di esser corsa a casa di Annarita, “c'erano le guardie, non lei, trasportata in ospedale. E' lì che mi ha detto di essere confusa, e che a spararle non era stato Matteo”. Aggiungendo inoltre “di aver riconosciuto dagli occhi Giangregorio, incrociato in carcere durante le visite al padre”.
Bejaoui precisa di “aver saputo solo dopo, da mia figlia, tante cose che non sapevo”, parla dei “messagi inviati sul suo cellulare da Fallarino”, delle conversazioni che lo stesso avrebbe avuto con un suo vicino di casa, ora deceduto, che avrebbe ulteriormente "minacciato, dopo avergli incendiato la porta di casa, se non avesse appiccato il fuoco al bar”, e dell'iniziativa di un altro personaggio che le aveva detto il giorno dopo gli spari “di non c'entrare nulla con il ferimento, e di aver rifiutato una proposta di Fallarino”.
Nessuna domanda dall'avvocato Benedetta Masone, legale di parte civile, l'avvocato Febbraio, per Petrucciani, le chiede “se è stata sentita più di una volta dalla polizia” e, di fronte al “non ricordo”, puntualizza “che le sue dichiarazioni sono contenute in solo verbale”. Immediata la replica di Scarfò: “E' stata una scelta della Procura non sentire i testimoni più volte, l'istruttoria è stata fatta in dibattimento”. L'avvocato Giorgione, per Giangregorio, ottiene dalla donna una descrizione del suo assistito, e insiste sui rapporti tra lo stesso e Annarita, mentre l'avvocato Vertuccio torna su una circostanza riferita da Bejaoui, che il giorno prima del ferimento, mentre parlava al telefono con la figlia, aveva saputo che Ventura e Petrucciani si erano presentati al bar per chiedere le chiavi della casa di Fallarino in cui Annarita abitava. Era uscita sul “balcone e li aveva visti: lei era in macchina, lui fuori”.
Nel corso dell'udienza spazio anche alla deposizione di un ingegnere che aveva notato la presenza di un motorino, quello che sarebbe stato usato, fermo da mesi nelle vicinanze della sua macchina, mentre viene acquisita la relazione di un consulente informatico del Pm. Prossimi appuntamenti in aula il 4 giugno ed il 17 settembre, quando, in videoconferenza, toccherà a Fallarino rispondere.
