I tristissimi rintocchi delle campane rompono il silenzio nel quale è immersa piazza San Modesto. E' il cuore pulsante della zona, soprattutto di sera si anima della voglia dei residenti di un po' di frescura e di ritrovarsi insieme. Stamattina si respira solo dolore. La foto di Maria, uccisa a coltellate dal marito, Faustino, nel primo pomeriggio di Ferragosto, campeggia sulla bara che la accoglie. La chiesa è piena di gente, c'è anche l'avvocato Marcello D'Auria, che assiste l'indagato.
“Come è possibile, come è possibile?", si tormenta una signora che evidentemente conosce bene la coppia ed ha frequentato quella villetta alla frazione Pastene di Sant'Angelo a Cupolo diventata il teatro di un omicidio. “E' gente perbene, molto educata e gentile”, aggiunge scuotendo la testa. Don Leonardo definisce “una impresa la ricerca delle parole per cercare di consolare una enorme sofferenza”. Rimanda alla “partecipazione del rione a ciò che è successo: una tragedia”. E un rione – spiega – che “ha mille problemi, una evidente sofferenza sociale, ma che in questi momenti sa compattarsi e non è mai indifferente”.
Il parroco si rivolge ai figli, li invita “a non scoraggiarsi, a non perdere la fiducia e, soprattutto, a permettere a Dio di parlare al vostro cuore”. Poi l'affondo: “Sospendiamo ogni giudizio, io ho paura di chi giudica, il mondo è pieno di gente che ha soluzioni facili per questioni complesse”. Chissà se fischieranno le orecchie a quanti, purtroppo, in questi giorni, sui social, si sono lasciati andare a vergognosi 'commenti' su un dramma tanto devastante. Scatenato, per quanto emerso finora, da un black out che ha assalito Faustino e l'ha spinto a scagliarsi contro Maria, 76enne come lui. Stavamo insieme da circa mezzo secolo, non nutrivo alcun motivo di astio o gelosia nei suoi confronti, ha detto lui, che nell'ultimo periodo aveva iniziato a mostrare i segni di un disagio psichico causato dalla preoccupazione per la gestione delle sue proprietà.
Avevamo un rapporto bellissimo, ha ripetuto Faustino, in attesa di una valutazione delle sue condizioni e del presumibile trasferimento dal carcere in una struttura nella quale venga adeguatamente curato. Il ricordo va a quella telefonata ai carabinieri dopo aver cercato di farla finita: correte, ho ammazzato mia moglie.
