Il giorno dopo l'immane tragedia di Apice, con l'omicidio di due fratelli e il suicidio del terzo, raccontata ieri da Ottopagine, è pieno di sgomento, incredulità, sconcerto e dolore. Sentimenti che riassumono l'impatto devastante che la terribile storia ha avuto. Sarebbe semplice ricorrere a sociologismi d'accatto o a forme di manierismo, che diano l'impressione di saperne una più del diavolo, per provare a spiegare cosa sia scattato in Gianni per indurlo a far fuoco contro Franco e Donato e poi contro se stesso. Addentrarsi nelle dinamiche familiari è, per chi non ha le competenze necessarie, un esercizio inutile e complicato. Cercare di scandagliare l'animo umano ed i rapporti interpersonali significa correre il rischio di scivolare nel qualunquismo e nell'uso degli stereotipi.
Di certo c'è il secondo dramma familiare registrato nella nostra provincia nel giro di poco più di due settimane. Il primo all'ora di pranzo di Ferragosto, alla frazione Pastene di Sant'Angelo a Cupolo, dove Faustino aveva affondato un coltello nelle carni della moglie Maria, non dandole scampo; l'altro intorno alle 13 di ieri nel ristorante Licciardi. Scene devastanti, vite spezzate in un attimo come conseguenza della deflagrazione di una condizione esistenziale diventata un vicolo cieco dal quale tentare di uscire con una soluzione agghiacciante.
I corpi di Gianni, Franco e Donato sono all'obitorio del San Pio, in attesa di essere sottoposti nei prossimi giorni ad autopsia dal medico legale Francesco La Sala, su incarico del sostituto procuratore Carmine Pignatiello. Tappe di una indagine affidata ai carabinieri, che stanno raccogliendo ogni elemento utile alla completa ricostruzione dei fatti. Scene impossibili da dimenticare, l'immagine di un dolore che ha devastato tre famiglie molto conosciute in paese. Nessuno immaginava, neanche lontanamente, che un simile tsunani potesse travolgerle in una calda giornata di settembre. Mentre il sole era alto, e in quel ristorante, invece, stava purtroppo calando il buio.
