Hanno tutti chiesto l'assoluzione dei loro assistiti, puntando il dito contro l'inesistenza del reato presupposto – l'appropriazione indebita – e di quelli contestati a cascata: l'intestazione fittizia dei beni e il riciclaggio. Gli avvocati Vincenzo Regardi, Guido Principe e Massimo Bevere l'hanno fatto nel corso di arringhe andate avanti fino al tardo pomeriggio. Quando si è chiuso il penultimo appuntamento – quello finale, con la sentenza del Tribunale, è in programma il 14 giugno – con il processo 'costola' di quello principale, celebrato nelle forme del giudizio immediato, nato da un'indagine in materia di riciclaggio del sostituto procuratore Giovanni Tartaglia Polcini e della guardia di finanza. Un'inchiesta 'deflagrata' nell'estate 2010, centrata su circa 12 milioni di euro che, destinati al 'Fatebenefratelli', avrebbero, secondo gli inquirenti, seguito altre strade. Si tratta di una vicenda che ha già fatto registrare le condanne, ridotte in appello, di tre avvocati. A giudizio ci sono ora le loro madri – una nel frattempo deceduta – e non solo.
“E' un'unica storia, per questo la scelta di dividere i due procedimenti è stata scellerata”, ha esordito l'avvocato Regardi, definendo il processo “complicato per le suggestioni evocate dai fatti, per le cifre, per il coinvolgimento di tre avvocati e di rappresentanti della Chiesa”. Un processo - ha aggiunto -“aggravato da alcune ipocrisie, una su tutte: la condanna a 2 anni e 8 mesi per un riciclaggio di 2 milioni di euro decisa per uno dei professionisti dai giudici di secondo grado, che, pur non trovando la forza per ribaltare il verdetto iniziale, hanno mostrato consapevolezza della poca responsabilità dell'imputato; dunque, poca pena”. (continua a leggere sull'App di Ottopagine)
Esp
