Il copione, fin qui, è stato sempre lo stesso: testimoni che diventano indiziati – l'ultima è stata Cinzia Iannace, dipendente dell'impresa di Mario Siciliano –, rendendo inutilizzabile ogni affermazione fatta in precedenza, o che restituiscono un quadro diverso da quello tratteggiato quando era stati escussi; il presidente del collegio giudicante, Fallarino, che sottolinea ai testi l'obbligo di dire la verità perchè la falsa testimonianza è un reato grave punito con una pena che va da 2 a 6 anni; il Pm – oggi il sostituto Francesca Saccone - che contesta, rispetto a quanto ascoltato, le diverse dichiarazioni rese durante le indagini dalle persone citate a supporto delle sue tesi; i difensori che si oppongono alle domande del rappresentante della pubblica accusa perchè suggestive.
Sullo sfondo il ruolo giocato dal tempo trascorso, che spiega, anche se in modo non esaustivo, i “non ricordo”, i “non volevo dire questo o non l'ho mai detto”, i “sono stato frainteso o ha frainteso la Digos”, l'ammissione, scivolosa, della “pressione vissuta al cospetto della polizia giudiziaria”.
E' questa la cornice nella quale si sta svolgendo il processo denominato Mani sulla città, nato da un'inchiesta del sostituto procuratore Antonio Clemente e della Digos su appalti e forniture di beni e servizi del Comune di Benevento (parte civile con gli avvocati Vincenzo Sguera e Valeria Crudo). Quarantotto imputati, addebiti a vario titolo che vanno ovviamente provati attraverso il dibattimento. Dunque, con le deposizioni in aula. (continua a leggere sull'App di Ottopagine)
Esp
