È morto a 88 anni Diego Marmo, il magistrato che sostenne l’accusa nel processo di primo grado contro Enzo Tortora, una delle pagine più dolorose e discusse della storia giudiziaria italiana. Il decesso è avvenuto domenica ed è stato reso noto oggi. I funerali sono previsti martedì 5 maggio alle 11 nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, in piazza degli Artisti, a Napoli.
Il processo che segnò un Paese
Marmo fu pubblico ministero nel procedimento che portò alla condanna in primo grado del conduttore televisivo nell’ambito di un’inchiesta sulla camorra. Tortora venne arrestato il 17 giugno 1983 e accusato di associazione camorristica e traffico di droga sulla base di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e soggetti provenienti da ambienti criminali. Nel corso del processo, l’accusa usò parole durissime contro il volto di Portobello, definito un “cinico mercante di morte”. Quella formula sarebbe rimasta nella memoria pubblica come il simbolo di una gogna giudiziaria e mediatica destinata a crollare negli anni successivi.
L’assoluzione e la ferita italiana
Dopo la condanna in primo grado, Tortora fu assolto in appello nel 1986 e poi definitivamente dalla Cassazione nel 1987. Nel frattempo aveva trasformato la sua vicenda personale in una battaglia civile, candidandosi con il Partito radicale ed entrando al Parlamento europeo nel 1984. Tornò in televisione con Portobello nel 1987, ma morì l’anno successivo, il 18 maggio 1988. Il suo caso è diventato nel tempo il paradigma dell’errore giudiziario: un uomo pubblico travolto da accuse infondate, da dichiarazioni poi rivelatesi inattendibili e da un clima mediatico che ne accompagnò l’arresto come una condanna anticipata.
Le scuse arrivate tardi
Solo nel 2014 Diego Marmo ammise pubblicamente l’errore e chiese scusa alla famiglia del conduttore. Quelle scuse furono respinte. Per i familiari di Tortora e per una parte dell’opinione pubblica, arrivavano troppo tardi rispetto al danno umano, professionale e morale subito dal presentatore. Nella sua carriera, Marmo ricoprì anche l’incarico di procuratore della Repubblica a Torre Annunziata e, dopo la pensione dalla magistratura, fu coinvolto anche nella vita amministrativa locale. Ma il suo nome è rimasto legato soprattutto al processo Tortora, un procedimento che continua a interrogare magistratura, politica e informazione sul rapporto tra giustizia, prove e responsabilità pubblica.
Una memoria ancora aperta
La morte di Marmo riporta al centro una vicenda mai davvero archiviata nella coscienza civile italiana. Il caso Tortora non è soltanto la storia di un’assoluzione dopo un’accusa devastante. È anche la storia di un sistema che non seppe fermarsi in tempo davanti alla fragilità delle prove, e di un uomo che scelse di difendersi pubblicamente senza trasformare la propria battaglia in vendetta. A quasi quarant’anni dall’assoluzione definitiva, il nome di Enzo Tortora resta associato alla richiesta di garanzie, prudenza e responsabilità nel processo penale. La scomparsa del pm che lo accusò riapre quella ferita, ricordando quanto un errore giudiziario possa segnare non solo una vita, ma la fiducia di un Paese nella giustizia.
